La storia della Juventus come non l’avete mai letta prima Prima parte dalle origini al quinquennio

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Le Origini

lapanchina_151774.jpgLa Juventus nacque nell’autunno del 1897 a Torino come società civile «per gioco, per divertimento, per voglia di novità» su iniziativa di alcuni giovani studenti del liceo classico “Massimo D’Azeglio”.
Stando al documento di cui sopra, è verosimile che i soci fondatori furono i fratelli Eugenio ed Enrico Canfari, Gioacchino e Alfredo Armando, Luigi Gibezzi, Umberto Malvano, Vittorio Varetti, Umberto Savoia, Domenico Donna, Carlo Ferrero, Francesco Daprà, Luigi Forlano ed Enrico Piero Molinatti, cui si aggiunsero successivamente Pio Crea, Carlo Favero, Gino Rocca, Guido Botto ed Eugenio Seco. Il luogo tipico di riunione dei liceali era una panchina non distante dalla loro scuola. L’argomento principale era lo sport, in particolare il calcio, che dalla Gran Bretagna stava espandendosi nel resto d’Europa. Si assume per convenzione il 1° novembre del 1897 quale data di fondazione ufficiale del club.
Al momento di scegliere il nome della neonata società vi furono svariate proposte, tra cui Società Polisportiva Augusta Taurinorum (il nome latino di Torino), con sede nell’officina dei fratelli Canfari in corso Re Umberto 42; ma poi, dopo una votazione, prevalse il nome di Sport Club Juventus, in modo da non legare il nome della squadra a quello di Torino sì da favorire la diffusione del nuovo sport venuto dalla Gran Bretagna, e la passione per la squadra, anche fuori dall’ambito cittadino.
Nel 1898 il club vide un significativo incremento dei soci e dei giocatori, cosa questa che richiese lo spostamento di sede presso un locale di via Piazzi 4. Quello è il momento in cui si può iniziare a parlare di Juventus come squadra di calcio a tutti gli effetti. Il 15 marzo 1898 fu fondata la F.I.F. (Federazione Italiana Foot-Ball, con Edoardo Bosio come primo presidente) in seguito divenuta FIGC. Per ragioni sconosciute la Juventus non si iscrisse all’associazione e quindi non poté partecipare al primo campionato italiano di calcio che si svolse l’8 maggio di quello stesso anno a Torino tra quattro squadre: FC Torinese, Genoa, Società Ginnastica e International Football Club Torino.
Nel 1899 la società assunse l’attuale nome di Juventus Football Club. Gli incontri di quell’anno si svolsero in prevalenza in Piazza D’Armi, in località Crocetta. La squadra ricevette anche i primi inviti da Alessandria, Milano e Genova, e fu la prima squadra a ospitare a Torino una squadra straniera: il Montriond di Losanna. Ben presto il prestigio della società crebbe e la squadra acquisì il diritto di giocare al Velodromo Umberto I (all’epoca uno dei più prestigiosi campi sportivi di Torino).
La sua prima divisa sociale, nel 1897, prevedeva una camicia bianca, sostituita due anni dopo da una curiosa camicia rosa con cravattino.


L’INGRESSO NEL CAMPIONATO FEDERALE

Juventus_FC_in_1903.gifLa Juventus, con Enrico Canfari presidente, dopo essersi iscritta nel consiglio della FIF, partecipò per la prima volta al Campionato Federale di Prima Categoria l’11 maggio 1900, ma non superò nemmeno le eliminatorie in Piazza D’Armi, perdendo 0-1 contro il Football Club Torinese. Nel frattempo conquistò, per la prima volta, la Coppa del Ministero della Pubblica Istruzione.
Nel suo secondo Campionato Federale a cinque squadre, la Juventus vinse la prima eliminatoria contro la Società Ginnastica per 5-0 e giunse fino alle semifinali, battuta dal Milan. Conquistò, per la seconda volta, la Coppa del Ministero della Pubblica Istruzione e si aggiudicò il Gonfalone e la Medaglia del Municipio, in un torneo tra squadre liguri e piemontesi.
Il 1902 segnò l’ingresso nella squadra juventina, composta quasi totalmente da studenti universitari, dei primi stranieri e di Carlo Favale come nuovo presidente. La Juventus disputò quella stagione con altre tre squadre torinesi (FC Torinese, Audace Torino e Società Ginnastica) ma alla fine dovette cedere il passo all’FC Torinese. Per la terza volta consecutiva, gli juventini vinsero la Coppa del Ministero della Pubblica Istruzione.
Nell’autunno dello stesso anno la Juventus partecipò nella Coppa Città di Torino, un torneo importante dall’epoca. Il presidente è stato in quel tempo Giacomo Parvopassu e in rosa si cominciano a vedere i ragazzi che conquisteranno il primo scudetto juventino. Il trofeo si disputa al Velodromo Umberto I di Torino, il 24 ottobre c’è la semifinale contro l’Audace; nel primo tempo la Juve va a segno tre volte, ma la superiorità è tanto netta che gli avversari (memori anche di uno 0-6 subito otto mesi prima in campionato) decidono nell’intervallo di ritirarsi, dando così via libera ai juventini per la finale. Questa si gioca il 2 novembre successivo contro il Milan. Agli ordini del doriano Francesco Calì i prodi bianconeri che scendono in campo sono: Domenico Durante, Gioacchino Armano, Hugo Muetzell, Carlo Vittorio Varetti, Giovanni Goccione, Domenico Donna, Alfredo Ferraris, Giovanni Vigo, Luigi Forlano, Enrico Canfari e Umberto Malvano. Le due squadre si affrontano in battaglia aperta; al 90’ il punteggio è di 2-2, e nei supplementari entrambe segnano ancora una rete: 3-3. A questo punto l’arbitro decide di continuare ad oltranza, applicando una sorta di golden gol, ma i rossoneri in disaccordo decidono di non proseguire l’incontro lasciando campo libero alla Juventus, che viene così proclamata vincitrice di quello trofeo, il cui hanno fatto suo per seconda volta al anno successivo in altra finale con il Milan (1-0).
Nel 1903 la Juventus abbandonò la maglia rosa. Nel campionato nazionale di quell’anno la Juventus arrivò, per la prima volta, alla finale, perdendo però per 0-3 contro il Genoa CFC.
Nel 1904, la Juve giocò per seconda volta consecutiva la finale del campionato nazionale e, come la stagione precedente, a Genova e contro il Genoa, ma perse nuovamente col risultato di 0-1.
Nel 1905 divenne presidente della società lo svizzero Alfred Dick, proprietario di una industria tessile, che rinforzò la squadra inserendo alcuni suoi dipendenti, come gli svizzeri Paul Arnold Walty, Ludwig Weber ed il figlio Federico, gli scozzesi Jack Diment e Helscot, nonché gli inglesi James Squire e Goodley. In quella stagione il presidente firmò un lungo contratto di affitto per l’utilizzo del Velodromo Umberto I e finalmente giunse il primo grande successo del club: il primo titolo di Campione d’Italia dopo la partita decisiva del girone finale, giocata a Torino, contro il Genoa.
In quell’anno la Juve si aggiudicò anche il Torneo di Seconda Categoria, quello per intenderci delle squadre riserve. La Juve “B” è ammessa di diritto al girone finale, in quanto unica iscritta dell’eliminatoria piemontese, in compagnia di Genoa e Milan. E’ una marcia trionfale: 1-0 al Milan in casa, 2-0 a Genova, 3-0 a Milano (con titolo matematico) e 3-0 a tavolino col Genoa per forfait. I giornali d’epoca ci tramandano gli artefici di questa vittoria:

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 Francesco Longo, Giuseppe Servetto, Lorenzo Barberis, Fernando Nizza, Ettore Corbelli,

Alessandro Ajmone Marsan, Ugo Mario, Frédéric Dick,

 Heinrich Josef Hess, Marcello Bertinetti e Riccardo Ajmone Marsan.

A coronamento della stagione il clamoroso successo per 2-1 sui titolari nella partitella in famiglia al termine del campionato.
Nel campionato successivo, i bianconeri chiusero al primo posto del girone finale con il Milan, pareggiando 1-1 nella partita finale. La FIF decise di far ripetere la partita, ma la Juve rinunciò allo spareggio per il titolo (che quindi fu assegnato al Milan) per protesta contro il campo dell’US Milanese (a Milano, sede dalla squadra rivale per il trofeo) come “il campo neutrale della gara di spareggio”. Il Milan fu dichiarato vincitore di quella partita -che doveva designare la squadra campione d’Italia- per 2-0 grazie alla deliberazione dalla Federazione Italiana Football. Questo è stato il comunicato della Juventus presentato alla FIF in quella occasione:
«La Direzione del F.C. Juventus rifiuta energicamente di accettare la scelta del Campo dell’Unione Sportiva Milanese come campo neutro perché il campo neutro deve essere non solo un campo di un’altra squadra ma avere altresì tutti i requisiti anche morali della neutralità, ovvero deve presentare gli stessi e precisi vantaggi e svantaggi per i due Clubs. Ora il campo dell’U.S. Milanese non si trova in queste condizioni in specie per i seguenti motivi: 1) Non è giusto che trattandosi di un match da farsi in condizioni uguali il F.C. Juventus debba esso solo sostenere la fatica del viaggio Torino-Milano. 2) Il campo dell’U.S. Milanese è troppo conosciuto ai giocatori del Milan Cricket. 3) Non è giusto che il Milan Cricket debba godere dell’appoggio morale del pubblico milanese. Ciò posto la Direzione della F.C. Juventus dichiara che se la deliberazione di questa spettabile Presidenza non verrà revocata, il F.C. Juventus si ritirerà dal campionato italiano di calcio».

1906-1913: LA COPPA SPENSLEY E GLI ANNI DIFFICILI

Hurr%C3%A0_Juventus_10_giugno_1915.jpgNel 1906 il presidente della società vicecampione d’Italia, Alfred Dick, che stava meditando di portare all’estero la squadra cambiandole perfino il nome in Jugend Fussballverein, decise, dopo alcune discussioni con i soci juventini, di rinunciare alla Juventus e fondare per “dispetto” con alcuni giocatori importanti come Diment, Bollinger, Mazzia e Squair (dipendenti dell’industria tessile di Dick), il Torino Calcio (oggi, Torino FC) unendosi alla fortissima Football Club Torinese che aveva già assorbito la prestigiosa Internazionale Torino qualche anno prima. Perciò, la squadra bianconera rimase per due anni a corto di risorse finanziarie e di giocatori, senza più neanche il contratto d’affitto del Velodromo Umberto I. La presidenza della società fu assegnata a Carlo Vittorio Varetti.
Nell’ottobre del 1907 in una seduta straordinaria della Federazione Italiana Football fu presa la decisione di “sdoppiare”, per l’unica volta nella storia del Campionato di calcio italiano, il campionato. I motivi erano da ricondursi alla sempre crescente presenza di calciatori stranieri nelle squadre italiane. L’accordo di massima sembrava coinvolgere tutte le società, ma al momento delle votazioni i delegati di Milan, Torino, Libertas, Genoa e Naples lasciarono la seduta per protesta. Si era deciso di disputare due campionati egualmente importanti: il primo, cosiddetto “Federale” (la Coppa James Spensley, che fino ad allora aveva premiato i campioni d’Italia ogni stagione) aperto anche a squadre con giocatori stranieri, il secondo è stato denominato “Il campionato italiano” (o Coppa Romolo Buni), riservato solo a squadre composte interamente di calciatori d’origine italiano.
Nel gennaio dell’anno successivo, anno del 10° anniversario della fondazione della società, si giocò la gara di andata del primo torneo calcistico a Genova contro l’Andrea Doria, dove la Signora vince per un 3-0 senza repliche. Un mese dopo si rigioca, a Torino, ma i doriani escono vincitori. Necessario dunque uno spareggio, da giocarsi a Torino per la miglior differenza reti bianconera nel doppio confronto. Si gioca a marzo e succede di tutto: bella partita e a pochi minuti dalla fine Juve in vantaggio per 2-1. Il doriano Sardi è il più lesto a colpire di testa, e il barone Mazzonis, allora giocatore bianconero, per respingere il pallone infila Durante di testa: 2-2 ma incontro successivamente annullato per errore tecnico arbitrale. Passano due mesi e si può rigiocare lo spareggio, sempre in Corso Sebastopoli, e stavolta veramente non c’è storia: vittoria della Juventus per 5-1 con Ernesto Borel (padre di Aldo, il Borel I, e Felice, il Borel II) mattatore dell’incontro e, con quello, del Campionato Federale di 1908, la Coppa Spensley.
La Juventus giocò, in qualità di campione federale d’Italia, il campionato italiano, iniziato a marzo del stesso anno, con altre tre squadre, ma dopo rinunciò all’eliminatoria regionale contro la Pro Vercelli, poi vincitrice della Coppa Buni. La Juventus, infatti, insieme alle altre grandi squadre dalla epoca, si ritirò dalle eliminatorie regionali dal XI Campionato a gironi di calcio italiano, Coppa Romolo Buni, prima della gara di ritorno –dall’8 marzo 1908- contro la Pro Vercelli per protesta contro la Federazione Italiana Football (FIF) che impediva l’impiego di giocatori stranieri, l’ossatura di quelle squadre durante i primi anni del calcio italiano. La Pro Vercelli fu dichiarata vincitrice di quella partita per 0-2 grazie alla deliberazione dalla FIF. 
L’anno successivo, con la seconda vittoria consecutiva degli juventini nella Coppa Spensley ed il terzo posto nell’eliminatoria piemontese del campionato italiano, si chiuse il ciclo dei giocatori-pionieri come Umberto Malvano e Domenico Donna.
I successivi tre anni furono critici per la grande difficoltà della società a reclutare nuovi giocatori: nel 1911 finì ultima nella classifica del suo girone e la Juve si presentò al campionato del 1911-12 con soli dieci giocatori, finendo terz’ultima con soli 9 punti. Nel 1912-13 la squadra si classifica ultima ed evita la Seconda Categoria solo grazie a una riforma dei campionati che annulla tutte le retrocessioni.

LA RICOSTRUZIONE DELLA SOCIETÀ CON ‘BINO’ HESS

images?q=tbn:ANd9GcQMCa9EmpKM5Rw802x6TAFNNJs5YEBHBqUDSbV14Gi8SOOSzHhACon la presidenza di Heinrich Josef “Bino” Hess (ex giocatore e dopo dirigente della società) nel 1913, la Juve (considerata ormai dopo la crisi come una squadra di secondo piano rispetto alle potenze calcistiche dell’epoca) aprì un nuovo ciclo: ripescata in extremis, venne inserita nel Girone eliminatorio Lombardo e disputò un campionato sorprendente, piazzandosi seconda e finendo quarta nella fase finale del Campionato Alta Italia (uno dei due gruppi del campionato nazionale).
Nel 1914 il Campionato Italiano iniziò ad ottobre, quando la Prima guerra mondiale non aveva ancora coinvolto la penisola italiana, ma il precipitare degli eventi costrinse la Federazione alla sua sospensione; nel 1920 la vittoria venne assegnata al Genoa, mentre la Juve terminò seconda nel gruppo semifinale. Molti componenti della Juve e di altri club non tornarono mai più dalla Grande Guerra, tra cui Enrico Canfari e Heinrich Josef Hess. La presidenza fu assegnata provvisoriamente al triumvirato Armano-Zambelli-Nizza.
Il 10 giugno 1915 venne pubblicato per la prima volta il giornale ufficiale della società, Hurrà Juventus. Gli juventini parteciparono, durante la Guerra, alla Coppa Mauro e alla Coppa Federale, nella quale, dopo la vittoria nel loro girone, arrivarono fino alle finali con Genoa, Milan, Casale e Modena.


Finita la Grande Guerra, il calcio ripartì in Italia con la stagione 1919-20. Al Campionato dell’Alta Italia si iscrissero 67 squadre, perciò il torneo venne diviso in gironi e campionati interregionali (come i Gironi Piemontese o Lombardo, con ogni girone diviso in gruppi). La Juventus, campione della Regione Piemonte, concluse quel campionato al secondo posto nel girone finale, grazie soprattutto al portiere Giovanni Giacone ed ai terzini Osvaldo Novo e Antonio Bruna, i primi calciatori della società bianconera a giocare in Nazionale, nella partita Svizzera-Italia 3-0 del 28 marzo 1920 disputatasi a Roma. Con il poeta e letterato Corrado Corradini (autore, tra l’altro, dell’Inno Ufficiale della Società utilizzato fino agli anni Sessanta) eletto nuovo presidente del club, nella stagione 1920-21 i bianconeri si iscrissero al Campionato della Confederazione Calcistica Italiana (C.C.I.), un settore dissidente della Federazione Giuoco Calcio FIGC (alla quale si iscrissero ben 88 squadre). La scissione fu il risultato delle proteste delle squadre più rinomate che mal digerivano l’eccessivo affollamento dei tornei. La Juve chiuse la stagione al quarto posto del Girone Nord e al sesto del gruppo finale.
Il numero dei tifosi juventini, nel frattempo, crebbe: il 19 ottobre 1922 (vittoria per 4-0 contro il Modena), con Gino Olivetti a capo della Juventus, venne inaugurato lo Stadio di Corso Marsiglia, con 15.000 posti fu il primo stadio d’Italia costruito in cemento armato, considerato all’epoca un “gioiello di ingegneria”.
Il 24 luglio 1923, la famiglia Agnelli entrò a far parte della Juve con Edoardo, figlio del fondatore della FIAT (Fabbrica Italiana Automobili Torino), eletto nuovo presidente in sostituzione di Olivetti. È l’inizio del famoso sodalizio tra Juventus e FIAT, ed è la nascita del cosiddetto Stile Juve: “eleganza, professionalità e mentalità vincente”. In quell’anno la squadra fu quinta nel Girone B della Lega Nord e giunse al sesto posto del Gruppo Eliminatorio del Campionato Nazionale: fu l’anno di debutto per Giampiero Combi, uno dei più grandi portieri di tutti i tempi, in una squadra che disponeva già di calciatori del calibro di Virginio Rosetta, Federico Munerati, Aldo Giuseppe Borel I, Carlo Bigatto I e Giuseppe Grabbi. Intanto arrivarono anche il primo vero e proprio allenatore della storia bianconera, Jeno Karoly (prima di lui era di solito chi ricopriva il ruolo di capitano a fare da coordinatore all’interno della squadra), e la mezz’ala sinistra Férénc Hirzer (capocanniere nella stagione 1925-26 con 35 reti in 26 partite), entrambi ungheresi.
Nel 1926, la Vecchia Signora, rafforzata con il giocatore ungherese Jószef Viola, vinse il suo secondo scudetto, ventuno anni dopo il primo successo. La Juventus affrontò nella finale l’Alba Trastevere, vincendo largamente sia all’andata per 7-1, sia al ritorno per 5-0.
Nel 1928, a causa delle leggi fasciste dell’epoca, la Juve è costretta a cedere Hirzer (sostituito da Ceverini III) e chiuse la stagione al terzo posto del girone finale del campionato. Dopo le Olimpiadi di Amsterdam, approdò al club torinese Umberto Caligaris, che, con Combi e Rosetta, formò il famoso trio difensivo della Juventus e della Nazionale di calcio italiana negli anni Trenta, una delle più forti difese di tutti i tempi.
L’anno 1929 registrò l’istituzione del Campionato a Girone Unico, ovvero la nascita della Serie A, a 18 squadre. Nella stagione 1929-30 la Juventus chiuse il campionato al terzo posto, segnando 78 reti. Purtroppo, così come quella precedente (in cui morì a 24 anni per aneurisma il mediano Monticone), fu una stagione segnata dal dolore (Karoly morì di infarto alla fine del campionato). In quell’anno la Juventus arrivò, nella sua prima partecipazione, fino ai quarti di finale della Coppa dell’Europa Centrale.

IL QUINQUENNIO D’ORO (1931-1935) E LA COPPA DELL’EUROPA CENTRALE

Formaci%C3%B3n_Juventus_FC_1934-35.jpgL’anno successivo, la società bianconera si rafforzò con l’allenatore Carlo Carcano e l’interno Giovanni Ferrari, entrambi provenienti dall’Alessandria, e cominciò a dimostrare di essere la nuova, vera potenza calcistica dell’epoca, dando il via ad un grande ciclo vincente che li portò a conquistare cinque titoli nazionali consecutivi dalla stagione 1930-31 al 1934-35 (record eguagliato in Italia solo dal Grande Torino, nel corso degli anni quaranta del secolo passato), grazie a grandi giocatori come il trio d’origine argentino Renato Cesarini, Raimundo Orsi e Luis Monti, oltre al mediano Luigi Bertolini.
Nella stagione 1930-31, con 79 reti e 55 punti, la Juve vinse lo scudetto con quattro lunghezze di vantaggio sulla Roma. Il 1931 è stato anche l’anno della cosiddetta “zona Cesarini”. La stagione successiva, con 97 reti ed un eccezionale girone di ritorno, staccò, sempre di quattro punti, il Bologna, stabilendo il record di 10 vittorie consecutive. Nella stagione 1932-33, con 94 reti, nonostante i sconfitte contro l’Ambrosiana e il Napoli di Sallustro e Vojak (ex bianconero) all’inizio del campionato, vinse il scudetto con otto punti in più rispetto all’Ambrosiana. L’incontro chiave, il 18 dicembre 1932 contro i nerazzurri, a Torino, si giocò con presenza di 14 mila spettatori allo stadio e un incasso di 140 mila lire. Il giovane Felice Placido Borel II (detto Farfallino) realizzò 29 reti in quel campionato e 32 nel campionato successivo (miglior cannoniere stagionale della storia juventina in Serie A).
Precisamente nel 1933, la Juventus fece il suo primo ingresso allo Stadio Comunale (l’attuale Stadio Olimpico, all’epoca ribattezzato come Stadio Municipale “Benito Mussolini”), costruito per ospitare i Giochi Universitari Mondiali e utilizzato dalla squadra sino alla vittoria nella finale della Coppa UEFA della stagione 1989-90.
Nella stagione 1933-34, con 98 reti e 54 punti (uno in meno della stagione precedente), la Juventus, rafforzata con Teobaldo Depetrini, che diventerà un punto di forza, batté nuovamente l’Ambrosiana.
Nello stesso anno, la Nazionale (soprannominata “Nazio-Juve”) partecipò ai Mondiali di calcio in Italia, vincendo il trofeo con 9 giocatori juventini tra i convocati. Dopo quel mondiale, il portiere Giampiero Combi (chiamato alla Squadra Azzurra in extremis dopo che il titolare Ceresoli se era rotto un braccio) lascia la Signora e l’attività sportiva.
I bianconeri, infine, conclusero il “Quinquennio” nella stagione 1934-35, il primo campionato a 16 squadre. Con un’età media molto elevata (33 anni di Monti, Orsi e Caligaris; 32 di Rosetta), la Juve arruola i giovani Alfredo Foni e Pietro Rava e promuove dal vivaio Guglielmo Gabetto vincendo all’ultima giornata il suo quinto scudetto di fila con due punti dalla solita Ambrosiana, seconda.
In panchina, avvicendamento nel dicembre 1935: al posto di Carcano, subentrano il dirigente Benè Gola e Carlo Bigatto I. A metà stagione, Orsi lascia la squadra e torna in Argentina.
Le vittorie in Italia consentirono alla Juventus di avvicinarsi alle prime esperienze in campo internazionale, partecipando alla Coppa dell’Europa Centrale (o Mitropa Cup, una sorta di “antenata” della Coppa dei Campioni), approdando in quattro occasioni consecutive alle semifinali del torneo (dalla stagione 1931-32, seconda partecipazione dei torinesi alla Coppa, alla stagione 1934-35).
Il 14 luglio 1935 morì in un incidente aereo, davanti al porto di Genova, il presidente bianconero Edoardo Agnelli. Questo avvenimento, con la partenza di alcuni altre campioni come Cesarini e Ferrari, influì negativamente sul rendimento della squadra, che chiuse il campionato al 5° posto, con Virginio Rosetta come giocatore-allenatore.
Sul finire degli anni trenta del secolo passato, la società bianconera aggiunse nella sua bacheca soltanto due Coppe Italia: la prima fu ottenuta al termine della stagione 1937-38, dopo la vittoria finale sul Torino (3-1 per i bianconeri all’andata e 2-1 al ritorno); la seconda arrivò nella stagione 1941-42 dove, nella doppia finale, la Juventus sconfisse il Milan (pareggio per 1-1 nell’andata a Milano, netta vittoria per 4-1 a Torino nella gara di ritorno, con tre reti della stella albanesa Riza Lushta). Nel 1938, i bianconeri si classificarono secondi in campionato a due punti dall’Ambrosiana Campione d’Italia.
Dodici anni dopo la fine del “Quinquennio” (la prima epoca d’oro nella storia bianconera), con la sospensione del campionato nel 1944 e nel 1945 a causa della Seconda Guerra Mondiale, che limitò la possibilità di reclutare giocatori oltre frontiera alle squadre italiane, soprattutto negli anni Quaranta, ritornò un membro della famiglia Agnelli alla guida della Juve: nel 1947 diventò infatti presidente Giovanni Agnelli (uno degli figli di Edoardo), sostituendo Pietro Dusio, e restò alla guida della società fino al 1953.

La storia della Juventus come non l’avete mai letta prima Prima parte dalle origini al quinquennioultima modifica: 2010-12-30T19:32:00+00:00da juvenews
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