Alessandro DEL PIERO

del+piero.jpg È  il 1993-94 ed a Torino sbarca un giovanotto di belle speranze, dalla chioma riccioluta e dal destro mirabile. Il ragazzo si è già messo in mostra nel Padova, nella “Primavera” ed anche in prima squadra, nonostante la giovane età.
«Lo sport mi è sempre piaciuto, giocavo un po’ a basket, a tennis senza maestro, però lo sport era il calcio e basta. Una passione irrefrenabile. Ero a scuola e pensavo alla palla, mangiavo con la palla e poi via, fuori. I miei genitori sono stati fantastici perché non mi hanno mai forzato né gasato. È quello l’errore grande. Il comportamento dei genitori è decisivo, per i figli sportivi. Io avevo anche l’esempio di mio fratello Stefano, più grande: era alla Samp, nella Primavera, con Lippi. Lui l’ha visto prima di me. Nel mio cortile spesso giocavo da solo: serve tanta immaginazione. Ero un campione della Juve, passavo la palla a Cabrini, a Tardelli, a Scirea, duettavo con Platini. E la mia Juve del cortile era anche piena di stranieri: oggi Maradona, domani Van Basten, dopodomani Zico o Gullit; ed io facevo goal. Il primo torneo lo gioco con una vera divisa, gialla e blu: scuola Comunale di Saccon. Il gialloblù era anche il colore del Conegliano. Le magliette tutte identiche vogliono dire squadra. Quel torneo lo perdemmo in finale ai rigori, vabbeh, succede, non sarebbe neanche stata l’unica volta.

Sono andato via di casa a tredici anni. Ero affascinato, stavo al Padova, era un’altra dimensione: necessaria, per provare ad essere davvero un calciatore. Però il primo anno è stato difficile, io sono un ragazzo timido, ancora adesso lo sono. Si viveva in quattordici dentro una stanza, il pranzo arrivava scotto dalla mensa, al ritorno dalla scuola era immangiabile: però, così cresci. Ero il più piccolo, di età e di corporatura: poi, oddio, non sono diventato Shaquille O’Neal però mi difendo.
L’inizio, devo dire, fu un po’ traumatico. Mia mamma ricorda di quando andavo a prendere il treno e si raccomandava, “stai vicino alle altre persone, fai attenzione”. Dovevo cambiare a Mestre, aspettavo la coincidenza anche trenta, quaranta minuti. Poi, mamma e papà vennero a trovarmi a Padova, e io: “Occhio al cambio di binario a Mestre”. Ecco, mia mamma dice che in quel momento capì che ero diventato grande. Succede quando sono i figli a preoccuparsi per i genitori, e non viceversa».
I numeri ci sono e così il presidente Giampiero Boniperti e l’allenatore Giovanni Trapattoni, decidono che quell’Alessandro Del Piero merita di far parte della Juventus. A diciannove anni, la giusta collocazione è la “Primavera” e così “Ale” entra nella “rosa” di mister Cuccureddu, divenendone subito un leader. Quella è una squadra che regalerà alla massima serie giocatori di tutto rispetto come Cammarata, Manfredini, Squizzi e Binotto. Il talento purissimo di quel giovanotto veneto emerge con prepotenza e guida la “Primavera” ad una doppietta irripetibile: Torneo di Viareggio e scudetto di categoria.
«È stata una bella esperienza, indimenticabile. Era una squadra forte quella Juventus “Primavera”, che è riuscita ad imporsi in due manifestazioni in cui la vittoria bianconera mancava da molti anni. Anche se per la prima squadra quello non fu un grande anno, ma una stagione di transizione, a livello giovanile ci siamo tolti una bella soddisfazione».
Si allenava già con la prima squadra, però.
«Diciamo che ero a metà, ma con la prima squadra mi allenavo regolarmente, andavo in ritiro e mister Trapattoni mi fece anche giocare. Alla fine ho totalizzato 14 presenze e 5 goals. Che dire ??? Come primo anno alla Juventus è stato meraviglioso».
Che il ragazzo avesse una marcia in più, del resto, si era già capito ad inizio stagione: se con i pari età Del Piero sembra un extraterrestre, basta una settimana d’autunno per vedere come, con “i grandi”, si trovi già perfettamente a suo agio. Il 12 settembre del 1993 “Ale” fa il suo esordio in serie A, a Foggia e tre giorni dopo, in Coppa Uefa, contro il Lokomotiv Mosca, ecco il debutto in Europa. Il 19 settembre poi; al “Delle Alpi”, all’80° minuto di Juventus-Reggiana, Del Piero timbra il 4 a 0 di una partita già segnata. Sembra un goal poco importante, visto il punteggio. In realtà, a pensarci ora, è il primo capitolo di un libro che riscriverà la storia bianconera.
E proprio a quell’anno si riferisce uno dei suoi primi ricordi legati all’Avvocato Agnelli, che poi ha seguito il suo percorso passo dopo passo e gli ha sempre dedicato un occhio di riguardo, soprannominandolo “Pinturicchio”.
«Infatti, i miei ricordi legati all’Avvocato sono tanti, ma ce n’è uno che mi fa piacere raccontare in quest’occasione. Accadde proprio in quel mio primo anno alla Juventus. Prima della partita casalinga con il Milan, che poi perdemmo 1 a 0, in squadra c’erano molti giocatori infortunati e Trapattoni decise di farmi giocare. Era la mia prima partita importante, avevo solo 19 anni. Ricordo che prima di scendere in campo per il riscaldamento pre-gara, mi chiamarono perché c’era una telefonata per me. Mi avvicinai ad un telefono del “Delle Alpi” e sentii la voce dell’Avvocato. Voleva farmi un “in bocca al lupo”. Rimasi senza parole».
L’esordio, il 12 settembre 1993: Foggia-Juventus 1 a 1.
«Se devo essere sincero, più che il momento in cui sono entrato in campo, ricordo di più l’emozione della gara vissuta dalla panchina. Ero davvero assorto dalla partita. Eravamo in parità contro un Foggia, che allora era forte. Diciamo che ho emozioni e ricordi più forti della settimana successiva».
In altre parole del 19 settembre 1993: al “Delle Alpi” si gioca Juventus-Reggiana. “Ale” segna il suo primo goal in maglia bianconera.
«È stato un giorno davvero esaltante. Abbiamo vinto, ho segnato la mia prima rete ed era anche l’anniversario di matrimonio dei miei genitori. È stato un giorno speciale in tutti i sensi».
Il secondo anno di “Ale” alla Juventus è segnato da grandi cambiamenti, innanzi tutto al vertice: a guidare la società ora ci sono Roberto Bettega, Antonio Giraudo e Luciano Moggi, rispettivamente vice presidente, amministratore delegato e direttore generale. Il presidente è l’avvocato Vittorio Caissotti di Chiusano. La nuova dirigenza opera subito una scelta coraggiosa: la squadra è affidata a Marcello Lippi, allenatore giovane, che ha ben figurato sulle panchine di Napoli ed Atalanta. Il tecnico viareggino ama un calcio spregiudicato, votato all’attacco e nel primo anno dei tre punti a vittoria, le sue scelte si rivelano vincenti. Del Piero si è già messo in mostra nella stagione precedente, con cinque goals in quattordici presenze (tra campionato e coppe), tra cui un’esaltante tripletta rifilata al Parma; le precarie condizioni fisiche di Roberto Baggio gli spalancano le porte. “Ale” ha solo venti anni, ma ha anche personalità da vendere e segna goals pesantissimi. Un esempio ??? 4 dicembre 1994, al “Delle Alpi”: la Fiorentina conduce per 0 a 2. A venti minuti dalla fine la Juventus esce dal torpore e trionfa: Vialli segna due goals in tre minuti, ma a completare la rimonta è Del Piero, con una rete da cineteca: un tocco morbido, al volo, di collo destro, che corregge alle spalle di un esterrefatto Toldo un lancio di quaranta metri.
«Quel goal è stato senza dubbio uno dei miei due preferiti. È stato un goal molto bello, segnato in una giornata indimenticabile. La rimonta sulla Fiorentina, dallo 0 a 2 al 3 a 2 grazie alla doppietta di Vialli ed alla mia rete, è stata una grande dimostrazione di carattere da parte della nostra squadra che da quel momento ha iniziato la famosa serie impressionante di vittorie».
Una perla, ma non è l’unica: passa solo una settimana e la Juventus deve andare a giocare a Roma, contro la Lazio una gara difficilissima. I biancoazzurri sono una superpotenza e Lippi ha mezza squadra indisponibile. “Ale” però ha le spalle larghe e se c’è da guidare la squadra non si fa pregare; doppietta, la prima in serie A e risultato finale di 3 a 4 che lancia i bianconeri in vetta alla classifica. Ci resteranno sino alla fine, riportando a Torino uno scudetto che mancava da nove anni, vincendo la Coppa Italia e sfiorando la Coppa Uefa. Una squadra stellare, che ha già in Del Piero il suo astro più luminoso.
“Ale” è già un idolo dei tifosi e la società decide di puntare su di lui con convinzione; Roberto Baggio emigra a Milano e da quel momento il numero dieci non si scolla più dalle spalle di “Ale”. È il numero dei fuoriclasse e Del Piero lo indossa con naturale eleganza, nobilitandolo con giocate superbe, che portano al traguardo più ambito: la Champions League. Si inizia a Dortmund, contro il Borussia ed “Ale” incanta: i tedeschi passano subito in vantaggio con l’ex Möller, la Juventus pareggia poco dopo con Padovano. La partita è difficile, ma il fenomeno di San Vendemmiano ha in serbo un colpo che passerà alla storia: dal vertice sinistro dell’area di rigore lascia partire un tiro carico di effetto che si insacca tra il palo più lontano e la traversa, preciso nel “sette”. È il “goal alla Del Piero”, che in Italia aveva già mostrato l’anno precedente contro il Napoli, ma che, siglato in Europa contro i tedeschi e ripetuto contro Ranger Glasgow e Steaua Bucarest, diviene il suo marchio di fabbrica internazionale. Il goal più prezioso però arriva nei quarti di finale: la Juventus deve rimontare contro il Real Madrid l’1 a 0 subito al “Bernabeu” ed “Ale” ci mette sedici minuti per rimettere a posto le cose, con una punizione maligna, che il portiere spagnolo può solo guardare. Padovano chiuderà poi il conto, spianando la strada verso la semifinale col Nantes e verso il trionfo di Roma.
La Juventus è signora d’Europa ed il 26 novembre 1996 diventa padrona del mondo: La Coppa Intercontinentale manca dal 1985, dalla vittoria sull’Argentinos Junior firmata dal rigore decisivo di Michel Platini. Ancora una volta sulla strada dei bianconeri ci sono degli argentini, quelli del River Plate, del gioiellino Ortega. La stampa si esalta in duelli a distanza tra il sudamericano e Del Piero ed, a rileggerli ora, quei paragoni paiono quasi blasfemi. È “Ale” a decidere la sfida, allo scadere, trovando, con la precisione del suo destro, una fessura nella difesa argentina e portando la Juventus in cima all’Olimpo del calcio mondiale.
«Quel goal è stato bello, importante, indimenticabile. E la vittoria della Coppa Intercontinentale è stata il perfetto coronamento di due anni e mezzo di cavalcate vittoriose».
Dopo soli tre anni alla Juventus, “Ale” ha già conquistato ma Champions League; uno scudetto, una Coppa Italia ed una Supercoppa Italiana: Ma già nei primi mesi della stagione 1996-97, il bottino aumenta in maniera consistente, con la Coppa Intercontinentale e con la Supercoppa Europea: vittima designata di una Juventus “tritatutto” è il Paris St.Germain; addirittura umiliato in casa per 1 a 6 e regolato nella gara di ritorno, giocata a Palermo, con un 3 a 1 al quale Del Piero partecipa con una doppietta. In campionato è una marcia trionfale: solo il Parma di Buffon, Cannavaro e Thuram prova a tenere il passo dei bianconeri, ma la Juventus macina punti e regala spettacolo ed arriva il 24° scudetto, il secondo per “Ale”. La stagione potrebbe essere indimenticabile, ma la seconda finale di Champions League consecutiva ha un epilogo inatteso. La Juventus ritrova il Borussia Dortmund; sempre schiacciato negli ultimi anni; a Monaco, però, i tedeschi giocano una partita orgogliosa ed a nulla vale il capolavoro siglato da Del Piero nella ripresa: un goal di tacco da antologia che non basta però ai bianconeri per centrare la stagione “perfetta”. L’anno successivo, dopo aver vinto in estate la Supercoppa Italiana ai danni del Vicenza, in campionato non ce n’è per nessuno: l’Inter cerca di contrastare l’armata bianconera, forte dell’arrivo di Ronaldo; ma il vero “fenomeno” è “Ale” che in 32 partite segna la bellezza di 21 reti, l’ultima delle quali proprio contro l’Inter, nella sfida decisiva del 26 aprile al “Delle Alpi”. Un goal che vale uno scudetto: il secondo consecutivo, il terzo per Del Piero. Purtroppo, invece, in Champions League i bianconeri centrano la finale, ma sono sconfitti dal Real Madrid ad Amsterdam.
Nei primi quattro anni dell’accoppiata Del Piero-Lippi, la Juventus vince sempre e vince tutto ed anche la quinta stagione sembra partire con il piede giusto. I bianconeri sono saldamente in testa alla classifica ed all’8° giornata fanno visita all’Udinese; Zidane e Inzaghi vanno a segno, mettendo in cassaforte altri tre punti e tutto sembra andare per il verso giusto. A pochi minuti dalla fine Del Piero parte in velocità sulla sinistra, cerca il traversone, ma è contrastato e rimane a terra: Il suo ginocchio sinistro è andato: rottura del legamento crociato e collaterale; dovrà operarsi e stare fuori almeno sei mesi. La sua stagione è finita. Quella della Juventus continua, ma senza “Ale”, non è più la stessa cosa: i problemi paiono moltiplicarsi e Lippi consegna le dimissioni dopo la sconfitta interna contro il Parma. A febbraio la panchina è affidata ad Ancelotti, che trova però una squadra in difficoltà. Il campionato ormai è compromesso e l’avventura in Champions termina contro il Manchester United, capace di rimontare al “Delle Alpi” il doppio svantaggio firmato da Inzaghi.
È una stagione sfortunata ed ai bianconeri sfugge anche la qualificazione alla Coppa Uefa. Per arrivarci si dovrà passare dall’Intertoto: proprio in estate, durante questo torneo, “Ale” torna in campo e torna al goal. I due anni successivi non portano i trionfi sperati. Nella stagione 1999-2000, la squadra di Ancelotti, dopo mesi in testa alla classifica, vede sfumare il sogno scudetto all’ultima giornata, nel pantano di Perugia, e l’anno dopo sarà la Roma di Capello a cucirsi il tricolore sul petto. La Juventus non vince, ma “Ale” non si ferma e raggiunge quota 99 goals in maglia bianconera.
La stagione 2001-02 presenta al via una Juventus rivoluzionata: in campo, dove partono Inzaghi e Zidane ed arrivano Buffon, Thuram e Nedved, ed in panchina, dove Ancelotti lascia posto al ritorno di Marcello Lippi. La partenza è al fulmicotone: al “Delle Alpi” arriva il Venezia, surclassato dalla doppietta di Trézéguet, promosso titolare, e da quella di “Ale” che in un sol colpo raggiunge e supera un traguardo storico: 100 goals maglia bianconera. A fine stagione le marcature di Del Piero in campionato saranno ben 16 e l’ultima avrà un sapore speciale: la Juventus all’ultima giornata di campionato va ad Udine. I bianconeri sono secondi in classifica, un punto dietro l’Inter che gioca allo stadio “Olimpico” contro la Lazio. È un pomeriggio che regala emozioni forti: ad Udine, Trézéguet va a segno dopo due minuti e Del Piero chiude il conto all’11° minuto. Allo stadio “Olimpico” termina 4 a 2 per la Lazio. La Juventus è campione d’Italia per la 26° volta, per “Ale” è il quarto scudetto.
Il quinto arriva l’anno successivo, dopo una cavalcata trionfale, impreziosita da altre 16 perle di “Ale”. La Juventus, che in estate si era aggiudicata anche la Supercoppa Italiana, va forte anche in Europa. In Champions League è memorabile la semifinale di ritorno contro il Real Madrid: al “Bernabeu” le “merengues” s’impongono per 2 a 1, ma al “Delle Alpi” i bianconeri disputano una delle loro partite più belle. Nel 3 a 1 che spiana la strada verso finale di Manchester, c’è anche la firma di Del Piero che timbra con una magia delle sue il momentaneo 2 a 0. Allo stadio “Old Trafford” contro il Milan arriva però una delusione cocente; qualche mese più tardi la Juventus si prenderà la propria rivincita nella Supercoppa Italiana giocata a New York proprio contro i rossoneri e sarà quello l’unico trofeo della stagione alle porte, l’ultima dell’era Lippi.
Sulla panchina della Juventus arriva Fabio Capello, che ha vinto ovunque, ha vinto sempre ed alla guida della squadra più titolata d’Italia non può che fare altrettanto. La Juventus prende la testa della classifica alla prima di campionato e non la molla più, al limite la divide in comproprietà con il Milan, fino alla sfida decisiva dell’8 maggio a “San Siro”. Ed è in quella partita che tutto il talento ed il carisma di “Ale” vengono fuori: la Juventus vince grazie ad un goal di Trézéguet, ma proprio il capitano è il migliore in campo ed è proprio lui a pennellare con una spettacolare rovesciata l’assist che David trasforma in rete. È importante sottolineare quel gesto, perché “Ale” non è solo un goleador, ma è anche un giocatore che sa mettersi al servizio della squadra e se non è lui a segnare, spesso e volentieri è lui che manda i compagni in rete. Una qualità che non è riportata nelle statistiche, ma che è preziosa quanto lo straordinario fiuto del goal del più grande cannoniere della storia della Juventus.
«È molto importante mettersi al servizio della squadra, in tutti i sensi», conferma Del Piero, «quello di Milano è stato un assist diverso dagli altri, mi ha fatto molto piacere perché l’ho fatto in una partita particolare ed in un momento particolare, visto che eravamo appena usciti dalla Champions League».
Ha battuto il record di Giampiero Boniperti (182) il 10 gennaio 2006, nella gara di ritorno degli ottavi di Coppa Italia, proprio contro la Fiorentina, la squadra a cui segnò uno dei suoi goals preferiti. Era un ragazzo il 4 dicembre 1994, quando realizzò quella splendida rete che ribaltò, assieme alla doppietta di Vialli, un brutto 0 a 2 in uno straordinario 3 a 2, che dimostrò che la Juventus era una squadra tutta grinta e carattere, che sarebbe andata lontano, che avrebbe aperto un ciclo, che quel giovanotto di 20 anni sarebbe diventato un campione. E così è stato. A distanza di 12 anni Del Piero ha stabilito il record assoluto di reti in maglia bianconera, e proprio contro la Fiorentina, un segno del destino. Il tanto atteso goal del record, il 183, arriva dopo appena 8 minuti: Alessandro riceve palla, controlla da par suo e con un gran sinistro batte il portiere. Il capitano festeggia con i compagni, con i tifosi, mentre, attraverso lo speaker, la Juventus lo incorona primo bomber della storia. “Ale” è inarrestabile. Così, al 17°, arriva il goal numero 184, su calcio di punizione, una sua specialità. E per chiudere in bellezza, al 57° fa tripletta con un calcio di rigore. E sono 185. Inizia la festa. A fine gara i complimenti si sprecano. Dirigenti, amici, giornalisti ed il suo allenatore, Fabio Capello:
«Ha vissuto una serata davvero straordinaria. Ha superato Boniperti ed è entrato nella leggenda. Ha raggiunto questo traguardo con grande merito per quello che ha fatto negli anni e per l’impegno costante che dimostra ogni giorno. È un giocatore che in campo da sempre tutto. In questo momento è in ottima forma, farà un grande girone di ritorno e arriverà ai mondiali in grandissima condizione».
Juventus.com, che gli dedica una splendida “splash page” ed uno speciale dedicato alla sua straordinaria carriera, fa numeri da record, il suo sito personale è tempestato di messaggi da tutto il mondo. Cresce l’entusiasmo durante l’attesa della festa, organizzata dalla società per la domenica successiva, nel pre-partita di Juventus-Reggina. Sul maxischermo dello stadio “Delle Alpi” è proiettato un video con tutti i goal del nostro capitano, la curva intanto espone uno striscione gigante: “183 Alessandro Del Piero imperatore bianconero”. Alessandro esce qualche minuto prima dell’inizio del riscaldamento. È emozionato, va sotto la sua curva che anche questa volta gli dimostra tutto l’affetto con cui lo ha accompagnato in ogni momento della sua straordinaria carriera. Poi comincia la celebrazione ufficiale. Pochi minuti prima dell’inizio della partita entrano in campo undici ragazzini che indossano le maghe delle squadre a cui Alessandro ha segnato i goals più importanti, dal River Plate alla Fiorentina, passando per Milan, Inter, Real Madrid e Borussia Dortmund. Intanto è proiettata la coinvolgente “splash page” del sito ufficiale e, vicino al palco allestito a metacampo, è esposto un altro striscione: “Alessandro Del Piero 183 goals, una sola maglia, unico nella storia”. Il capitano sale sul palco accompagnato dal presidente Franzo Grande Stevens che gli consegna la targa con tutti i suoi goals.
«Ringrazio la società e i tifosi per come mi hanno festeggiato», dice Alessandro, che corona poi una giornata indimenticabile firmando la vittoria sulla Reggina con un’altra perla, un sinistro imparabile.
«È per me un motivo di grande orgoglio far parte della storia della Juventus. Ringrazio la società, i miei allenatori e i compagni di oggi e di ieri che mi hanno permesso di raggiungere questo straordinario traguardo. Se devo essere sincero in questo momento non riesco neanche ancora a rendermene conto», racconta Del Piero, «con il passare del tempo questa sensazione sarà ancora più forte, ne sono certo. Oggi, infatti, sono preso dall’agonismo, dall’attualità, non è ancora il momento di ricordare goals fatti e trofei vinti, sarà qualcosa che guarderò con un occhio diverso fra qualche anno. Ora lo vivo come uno stupendo traguardo conquistato, ma al tempo stesso come una tappa importante di un lungo viaggio».

Il resto è storia recente: il secondo scudetto targato Capello, il favoloso mondiale tedesco, lo splendido goal ai padroni di casa e la grande emozione di sollevare la Coppa del Mondo, lo scandalo di calciopoli e la scelta di rimanere alla Juventus anche in serie B. Nel campionato cadetto, la Juventus ed “Ale” sono assoluti protagonisti; la squadra bianconera conquista la promozione con tre giornate di anticipo e Del Piero vince la classifica dei cannonieri, con venti reti.
«Nel dramma (sportivo, naturalmente) di giocare in serie B, è stato un anno bellissimo. Certo, per me e per la Juventus, rappresentavano un’assurdità, rispetto alla storia che abbiamo disegnato insieme. Però, io l’ho vissuta bene, affrontandolo in maniera pulita ed entusiasta. Alla base dei risultati che abbiamo ottenuto, c’è questa disponibilità da parte di tutti; ed il bilancio “sentimentale” per me è positivo. L’anno di serie B ce l’ho dentro, sotto forma di orgoglio; io ed i miei compagni abbiamo compiuto un’impresa quasi gloriosa, anche appassionante nella sua dinamica, nell’aver recuperato lo svantaggio della penalizzazione».
La Juventus ritorna in serie A e conquista un ottimo terzo posto; “Ale” è nuovamente in testa alla classifica dei cannonieri, davanti al compagno di squadra Trézéguet. Solamente Paolo Rossi era riuscito nell’impresa di vincere la classifica cannonieri di Serie B e di Serie A consecutivamente.
«Io capocannoniere, per la seconda volta consecutiva, per la prima volta in serie A. Se lo avessi immaginato all’inizio della stagione avrei scommesso che, arrivato in cima alla classifica, il primo pensiero sarebbe stato: “Io ve l’avevo detto…”, rivolto a chi non ci credeva, a chi non ci ha mai creduto. Ma quando ho raggiunto davvero questo traguardo, mi sono reso conto che la prima cosa che ho pensato, in realtà, è stata: “Voi me l’avevate detto…”, rivolto a chi, invece, ha creduto in me. A chi ci ha sempre creduto. A chi non ha mai smesso di incitarmi. A chi ha tifato per me, a chi ha lavorato con me. Tutti voi me l’avevate detto, sì, e me lo sono detto anch’io. Ed, alla fine, ho segnato ventuno goals in campionato, ventiquattro complessivi nella stagione».
La nuova stagione non comincia bene per i colori bianconeri; nonostante la qualificazione per la Champions League, la squadra stenta e Ranieri è messo sotto accusa. Sarà proprio “Ale”, con un patto d’acciaio con i propri compagni, a salvare l’allenatore romano ed a far rinascere la Juventus. Con due grandissime prestazioni contro il Real Madrid, Del Piero e compagni portano la compagine juventina a qualificarsi per gli ottavi di finale della massima competizione europea. Decisiva è la vittoria al “Santiago Bernabeu”; era dal 1962 che la Juventus non usciva vittoriosa dallo stadio delle “merengues”. Del Piero è assoluto protagonista di questa prestigiosissima vittoria, segnando entrambi le reti juventine; la prima con un siluro precisissimo di sinistro dal limite dell’area e la seconda con un perfetto calcio di punizione. A cinque minuti dalla fine, “Ale” è sostituito da De Ceglie e riceve la “standing ovation” dall’ammirato pubblico madrileno, al quale dedica un inchino:
«Giuro che non l’avevo studiato. È successo all’improvviso; vedo che Ranieri prepara un cambio e gli chiedo di uscire, perché cinque minuti prima avevo preso una botta al tendine. Mi tolgo dal braccio la fascia e sento il pubblico che comincia ad applaudirmi. Ho camminato per venti metri ad una spanna da terra per quell’omaggio, mi è venuto spontaneo inchinarmi a ringraziare come fanno gli attori, perché il “Bernabeu” è un grande teatro, il più grande del calcio. Quando ci stai dentro percepisci che ci è passata la storia».
Termina la stagione laureandosi miglior cannoniere bianconero, con 21 reti, contribuendo alla conquista del secondo posto.
«Ripenso spesso al gruppo fantastico della prima Juventus di Lippi. Quel gruppo era straordinario, ha permesso a noi giovani di crescere e tutti assieme abbiamo conquistato le vittorie più straordinarie. In pochi anni abbiamo fatto cose strepitose, compresa la vittoria della Champions League, finalmente, visto che prima di noi era stata vinta una volta sola, ma era stata macchiata dalla tragedia dello “Heysel”. Era come una maledizione e noi l’abbiamo sfatata. Quelli sono stati gli anni della mia vera crescita e di questo ringrazio Marcello Lippi ed i compagni di allora».
Il significato di essere maturato in una società come la Juventus, che in tutto il mondo è presa ad esempio.
«È stato più che importante, è stato fondamentale. La mia storia personale, il mio percorso di calciatore sono maturati nell’ambiente bianconero, profondamente influenzato dallo stile e dal carisma di personaggi come l’avvocato Gianni Agnelli, Chiusano, ora Grande Stevens, e poi Bettega, Giraudo e Moggi. In particolare, voglio dedicare un pensiero alla figura del Dottor Umberto, sempre molto vicino a me personalmente e alla squadra. La sua era una presenza discreta eppure molto attenta, incisiva, un vero punto di riferimento per tutti».
Il cambiamento rispetto al giovanissimo Del Piero.
«Cambiato poco, maturato tanto. Ritengo, infatti, che tutto quello che ero prima dei 18 anni sia stato una base fondamentale per creare la persona che sono adesso».
C’è un goal che ha un significato particolare.
«Quello che ho segnato a Bari il 18 febbraio 2001, pochi giorni dopo la scomparsa di mio padre; è stato il momento peggiore della mia vita, come un risveglio che non capivo, sentirsi ancora profondamente figlio e non capire il motivo per cui doverci rinunciare. Ma tutti i goals sono emozionanti, anche se sono le punizioni che mi danno maggiore soddisfazione. Poi, ricordo con piacere anche i tre goals di tacco; uno, purtroppo, inutile nella finale contro il Borussia Dortmund, uno in casa con il Siena ed uno con il Torino. Ma, ce n’è uno che ricordo con piacere, perché fu proprio un bel goal, anche se fu annullato, perché ci diedero la partita vinta a tavolino. Era la stagione 1994-95, giocavamo a Sofia, in Coppa Uefa contro il CSKA. Perdemmo 3 a 2, ma i bulgari mandarono in campo un giocatore squalificato, quindi il risultato fu invalidato. Lo ricordo benissimo; su un lancio in profondità, mi porto avanti il pallone di tacco destro, evitando l’avversario e faccio un pallonetto che scavalca il portiere in uscita».
Ma non sono soltanto i goals che fanno di un calciatore un mito. Ci sono tante altre cose, compreso l’aspetto umano. Lasciare il segno, dunque, come ha fatto e come sta facendo, sempre con quel qualcosa in più degli altri, che è privilegio di pochi.
«Non è solo la quantità di reti o di presenze che lascia il segno, queste sono cose importanti e significative, ma non sono le uniche. Si lascia il segno in tanti modi, anche per quello che dai a livello umano. Faccio un esempio; Gianluca Vialli è stato pochi anni in bianconero, ma ha fatto cose eccezionali, ha vissuto un momento esaltante ed è ricordato con grandissimo affetto. I tifosi hanno sempre visto in me il giocatore che non molla; la faccia l’ho sempre messa e questo alla gente piace. Per me, è stata una scelta naturale, molto juventina; io gioco per vincere, per divertirmi e per fare divertire. Senza il sostegno di chi ti vuole bene, tutto ciò non sarebbe possibile.
È pesante essere una star in certe occasioni: quando arriva uno all’aeroporto e ti fa il ganascino. O quando sei al ristorante e ti tirano una foto sul piatto per l’autografo dicendo “dai, firma che non è neanche per me”. Poi, viene il giorno in cui capisci che c’è sempre qualcuno più Del Piero di te: a me è successo quando ho conosciuto Bono. Ero paralizzato dall’emozione, non riuscii neanche a parlargli. Poi siamo diventati amici. Dopo Chelsea-Juve è sceso negli spogliatoi insieme agli U2: Tiago e Molinaro erano impietriti. Se non intervengo io, non gli stringono neppure la mano».
Rimanere attaccato alle proprie origini.
«Credo sia rimasto molto del mio essere veneto, nonostante siano tanti anni che vivo a Torino. Noi di Conegliano siamo timidi, concreti, rispettosi, molto lavoratori, abbastanza silenziosi, comunque non ciarlieri; tendiamo a lavorare a testa bassa, guardiamo la terra, sappiamo che il bello della vita salirà da lì, è come se lo aspettassimo giorno per giorno, per proteggerlo. Queste caratteristiche mi sono rimaste tutte, credo di essere sempre profondamente veneto. Anzi, di Conegliano».
Come recita il titolo di un suo libro: “Semplicemente Alessandro Del Piero”.

Raccontato da Fabio Caressa, il telecronista di “SKY”:
«L’ho visto volare leggero come un angelo, quando aveva la faccia da putto. L’ho visto inventare un tiro che è diventato solo il suo e lanciarsi tra i grandi ancora ragazzo. L’ho visto segnare con la sua squadra soprattutto nelle partite che contavano, negli scontri diretti, nelle finali in giro per il mondo.
L’ho visto arrabbiarsi e digrignare i denti se c’era un principio da difendere e chinare la testa se il suo bene non era quello dei compagni. L’ho visto lottare contro gli egoismi, anche contro i suoi, perché crescendo ha capito cosa voglia dire il gruppo. L’ho visto parlare di valori e comportarsi di conseguenza.
L’ho visto inciampare e poi cadere . L’ho seguito mentre si rialzava a fatica. L’ho visto lottare contro allenatori e mal di pancia nervosi. L’ho visto amare la maglia azzurra e non riuscire a farlo capire. Poi l’ho visto portarci a Berlino.
L’ho visto capire che le cose cambiano, modificare il gioco, segnare 11 gol di seguito su rigore se il rigore poteva essere il massimo da dare alla squadra in quel momento. L’ho visto adattarsi dove non voleva , sacrificarsi facendolo ricordare. L’ho visto umile e l’ho visto presuntuoso. L’ho visto soffrire quando ha sbagliato. L’ho visto uscire in smoking bianco, immacolato, da una discarica.
Non l’ho visto mollare, mai. Non ho mai letto di lui sui giornali degli scandali. Ieri sera l’ho guardato mentre si sedeva in panchina, con il broncio di chi vuole giocare. L’ho visto applaudire i compagni per i gol che segnavano, esultare per la squadra. L’ho visto entrare in campo senza riscaldamento, lui che non è più un ragazzino. L’ho visto strillare al ragazzo che parlava troppo, perché ci vuole rispetto. L’ho visto segnare una punizione da artista e un rigore da ragioniere. Sono contento di aver visto Alex Del Piero fare tutte queste cose. Alex Del Piero è un bell’esempio per i miei figli».

 

 

Alessandro DEL PIEROultima modifica: 2010-09-13T12:30:00+02:00da juvenews
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