Diego ….

Diego1.png Diego Ribas da Cunha, conosciuto come Diego, nasce in Brasile a Ribeirão Preto, il 28 febbraio 1985. Entra a far parte delle giovanili del Santos a soli dodici anni, debuttando con la prima squadra nel 2002, a diciassette anni nel torneo di Rio São Paulo. Nello stesso anno vince il campionato brasiliano rendendosi protagonista di ottime prestazioni. L’anno seguente sarebbe dovuto passare al Tottenham ma il suo trasferimento fu annullato negli ultimi minuti di mercato dal presidente del Santos.

 

Diego partecipa alla Concacaf Goald Cup 2003 con la Nazionale brasiliana “Under 23”. La manifestazione, riservata alle Nazionali maggiori del Nord e Centro America, vede la partecipazione su invito della Nazionale olimpica del Brasile, la quale, nonostante la notevole differenza di età e di esperienza nei confronti delle avversarie, riesce ad arrivare in finale, persa poi contro il Messico di Pavel Pardo. Diego segna due goal nella competizione, nelle partite contro l’Honduras (girone di qualificazione) e contro gli Stati Uniti (semifinale).

Nel 2004 è convocato in Nazionale per la Coppa America, che si conclude con una vittoria della “Seleçao” in finale contro l’Argentina, partita in cui Diego segna uno dei tiri di rigore conclusivi. Nel luglio 2004 passa al Porto, dove, però, non viene impiegato con continuità e finisce spesso in tribuna, non riuscendo a giocare ai livelli su cui si era espresso in Brasile. Con l’arrivo dell’allenatore olandese Adriaanse, nel 2005, la situazione per Diego non migliora, cosicché il giocatore decide di trovare un’altra squadra.

Nel maggio 2006, lo acquista il Werder Bremen per 6,3 milioni di Euro, trasferimento record per il club tedesco, che gli fa firmare un contratto fino al 2010. Il 5 agosto di quell’anno, disputa la sua prima partita nella finale di Coppa di Lega tedesca vinta per 2-0 ai danni del Bayern München. Segna il suo primo goal in campion  ato alla prima giornata contro l’Hannover 96. Trequartista o seconda punta, dotato di ottima tecnica e visione di gioco, tra i suoi punti di forza spiccano il dribbling, l’accelerazione e la precisione nei passaggi, caratteristiche che lo rendono un ottimo uomo-assist. Molto abile anche nei calci piazzati, si distingue per i goal di pregevole fattura e per i precisi assist. Il brasiliano continua ad esaltare i propri tifosi e permette alla squadra di Bremen di battere per  2-0 il Borussia Dortmund. Cinque giorni dopo, il 20 aprile, segna contro l’Alemannia Aachen un gran goal da circa 63 metri, successivamente eletto goal più bello dell’anno. Il Werder vince la partita 3-1 e raggiunge momentaneamente la vetta della classifica con 60 punti. Al termine della stagione 2006/07, Diego è eletto miglior giocatore della Bundesliga dalla rivista “Kicker”, con oltre il 50% dei voti. Il Werder si piazza terzo dietro lo Stuttgard campione e lo Schalke 04.

Inizia bene anche la stagione 2007/08, realizzando un rigore alla prima giornata di campionato. È fondamentale per il Werder nelle fasi eliminatorie della Champions League. Grazie a due sue reti, infatti, la squadra tedesca riesce a battere, nel ritorno del terzo turno dei preliminari la Dinamo Zagreb. Nella fase a gironi il Werder Brema perde 2-1 con il Real Madrid, ma Diego desta l’interesse dell’allenatore madrileno Bernd Schuster. In aprile, infatti, il Real Madrid cerca di contrattare il brasiliano ma Klaus Allofs, General Manager del Werder, respinge l’offerta. Diego annuncia il suo desiderio di rimanere nel club tedesco: «Sono molto felice qui a Bremen, club in cui ho vissuto i più bei momenti della mia carriera», prolungando il suo contratto fino al 2011. Nel prosieguo della stagione, il Werder affronta i campioni in carina dello Stuttgard, liquidandoli con un perentorio 4-1, con Diego autentico leader della squadra. La compagine di Bremen conquista anche uno storico 8-1 col Arminia Bielefeld, con Diego protagonista di tre assist e di un goal.

Nella stagione 2008/09 il Werder, non qualificatosi per le fasi a eliminazione diretta in Champions, raggiunge la finale di Coppa Uefa e Diego è il vero mattatore, realizzando reti al Milan, al Saint-Étienne, all’Udinese ed all’Hamburg. Nella semifinale con l’Hamburg rimedia un’ammonizione ed, essendo diffidato, salta la finale di Istanbul per squalifica. Il 30 maggio nella finale di Coppa di Germania, serve l’assist decisivo a Mesut Özil per il goal vittoria dell’1-0 ai danni del Bayer Leverkusen. In questo modo si aggiudica, dopo la Coppa di Lega tedesca del 2006, il trofeo più importante nella sua esperienza tedesca, portando il Werder in Europa League.

Il 26 maggio 2009 viene ufficializzato il passaggio di Diego alla Juventus a partire dalla stagione calcistica successiva. I termini dell’accordo prevedono un contratto quinquennale da 3,5 milioni di Euro a stagione per il calciatore brasiliano e 24,5 milioni di Euro al Werder Brema. Il valore di acquisto potrà aumentare al massimo di altri 2,5 milioni di Euro in seguito al raggiungimento di determinati obiettivi sportivi nei successivi cinque anni. Il 9 luglio 2009 viene presentato a Pinzolo, davanti ai tifosi entusiasti che, con il suo arrivo e con quello del connazionale Felipe Melo, sognano i grandi successi di un tempo.

Veste la maglia con il numero 28 e debutta ufficialmente con i bianconeri il 23 agosto, alla prima giornata di campionato, contro il Chievo, fornendo l’assist per il goal decisivo di Iaquinta. Segna i suoi primi goal in maglia bianconera in Roma – Juventus del 30 agosto 2009. Si ripete contro l’Atalanta, il Bologna e la Fiorentina. È inserito nella lista dei candidati per il “Pallone d’oro”, ed anche in quella per il “Fifa World Player” insieme a Buffon. Debutta in Coppa Italia il 13 gennaio 2010, in occasione degli ottavi di finale, in Juventus – Napoli, vinta 3-0 dai bianconeri, in cui segna il goal d’apertura. Realizza anche la rete del momentaneo vantaggio della Juventus (1-0) sull’Inter, nei quarti di finale di Coppa Italia.

Nonostante questi numeri, la stagione di Diego è ampiamente negativa. Si dimostra un giocatore dalle grandi qualità tecniche, ma poco adattabile al calcio italiano. Infatti, le sue giocate sono spesso in orizzontali e sono rare le verticalizzazioni per i compagni smarcati in profondità. In più, dimostra di essere tutt’altro che un leader, difettando di personalità. Non sono rare le occasioni nelle quali, vicino alla porta avversaria, preferisce passare la palla ad un compagno, anziché tirare in rete. Certo, la stagione disastrosa della Juventus non lo aiuta, ma nonostante sia spesso messo in condizione di giocare secondo il suo istinto, non è mai in grado di prendere per mano la squadra e condurla alla vittoria. Anzi, un suo rigore fallito contro il Bari, è un segnale quasi di resa. Possiamo dire che il vero Diego lo si è visto nelle prime tre partite di campionato: troppo poco per un giocatore considerato uno dei più forti del mondo e che avrebbe dovuto permettere il salto di qualità alla Juventus.

Così, con l’arrivo di Delneri (che con il suo 4-4-2 non prevede l’utilizzo del trequartista), il 27 agosto 2010, la Juventus comunica di aver perfezionato l’accordo con il Wolfsburg per la cessione a titolo definitivo di Diego, per un importo di 15,5 milioni di Euro, interamente pagabili alla firma del contratto.

Termina in questo modo la breve avventura di Diego Ribas da Cunha in bianconero. Il futuro stabilirà se sarà stato un errore cederlo dopo solamente un anno.

   

INTERVISTATO DA ENRICO TARCHI, SU “HURRÀ JUVENTUS” DEL GIUGNO 2009:

Per qualcuno il suo nome ha cominciato a essere pili di un titolo di giornale la sera del 9 dicembre. Al “Weserstadion” di Bremen, il Werder batte l’Inter, facendo vacillare le certezze europee dei nerazzurri e garantendosi la qualificazione in Champions League. Diego Ribas da Cunha non segna, ma gioca come sa. Passano pochi mesi e la curiosità degli juventini cresce con I’aumentare dei titoli dei giornali, sempre più insistenti su un possibile futuro bianconero del ragazzo di Riberao Preto. Il 18 febbraio, il Werder incrocia sulla sua strada europea l’altra milanese. Diego segna, ma la qualificazione al turno successivo arriva otto giorni dopo, a “San Siro”: un 2-2 in cui il giovanotto disegna palloni perfetti per Pizarro, che soffoca le ambizioni del Milan. Una partita, quella di Diego, che convince i tifosi della Juventus. I dirigenti, invece, non avevano già dubbi. Nei quarti di Uefa, infine, l’incrocio con l’Udinese. Tra il 9 ed il16 aprile va in scena il gran finale della personale sfida di Diego contro le italiane: due doppiette che rendono felici i tifosi del Werder tanto quanta i dirigenti della Juventus, ormai vicini a finalizzare l’accordo con il giocatore. 

Il contratto, firmato poco più di un mese dopo (il 26 maggio), ed arrivato al termine di un negoziato complesso, durante il quale Blanc e Secco hanno dovuto vincere la concorrenza di altri grandi club. D’altronde, Diego è un fenomeno, uno di quei giocatori che fanno impazzire il pubblico con giocate di alta qualità e classe. Una star sui terreno di gioco, a cui fa da contraltare un atteggiamento da ragazzo semplice fuori dal campo. Non il classico duro, ma un ragazzo che parla tanto di vittoria, ma anche di “carinho” (affetto), quello di cui ha bisogno nel suo rapporto con il pubblico, che, più lo coccola, più gli da la carica per continuare ad essere quello che è: il giocatore che fa la differenza, l’asso imprevedibile dal quale ti puoi aspettare giocate spettacolari, pennellate per i compagni e goal d’autore. 

Campione nel suo paese a soli diciassette anni, età in cui già vantava le prime convocazioni nella Nazionale brasiliana, ha vissuto una parentesi vittoriosa, ma con qualche ombra a titolo personale, in Portogallo, prima di essere adottato dalla Bundesliga dove ha raccolto successi, consensi e “carinho”, appunto. Ed in Italia, alla Juventus, è convinto che sarà ancora meglio, perché, da quello che gli hanno raccontato, la passione per il calcio si avvicina molto a quella che si respira nel suo paese d’ origine. 

Da tanto tempo si parla di Diego alla Juventus. «Sono passati più di due anni da quando ho percepito che la Juventus era interessata a me. Infatti da allora ho cominciato a seguire con più interesse le vicende del club, a documentarmi. Sapere che una delle società storiche del calcio mondiale è interessata a te, ti riempie di orgoglio e ti da motivazioni ancora maggiori». 

Prima di cominciare a documentarti, cosa sapevi della tua nuova squadra? «Che ha oltre 14 milioni di tifosi in Italia e tanti altri nel mondo, che ha un pubblico molto affezionato e che c’è una grande passione intorno a questa squadra. Il giorno in cui sono arrivato a Torino per le visite mediche e per firmare il contratto, mi ha fatto effetto incontrare la gente per strada e sentirmi dire: “Bravo” oppure “siamo contenti che tu venga alla Juventus”. Mi ha fatto piacere scoprire da subito l’affetto dei tifosi». 

Conoscevi già qualcuno alla Juventus? «L’unico giocatore che ho conosciuto della Juventus è il mio connazionale Amauri, ma solo via telefono. Ci hanno messi in contatto amici comuni e grazie a lui ho cominciato a entrare nel clima bianconero. Mi ha raccontato tante belle cose. Ora sono impaziente di incontrarlo anche di persona. Per il resto e un mondo tutto nuovo». 

Con i tuoi connazionali di altre squadre hai mai parlato del calcio italiano? «Si, ne ho parlato con i miei amici Kaka, Pato, Julio Cesar, Maicon e Julio Baptista. Mi hanno parlato molto bene del calcio italiano e del clima che si respira qui da voi». 

Cosa ti hanno detto in particolare i tuoi connazionali? «Che ci si trova bene perche gli italiani vivono il calcio in un modo molto passionale, quasi come in Brasile. Ti senti importante e questo ti da una motivazione in più. In Germania c’è invece molto rispetto, nel senso che il calcio piace, ma i tifosi sono più riservati». 

Che differenza hai riscontrato tra i campionati in cui hai giocato (brasiliano, portoghese e tedesco)? Quale ti si adattava di più? «Sono brasiliano e porto con me le caratteristiche tipiche del calcio del mio paese, cioè un calcio libero, allegro e creativo. Il Portogallo ha qualcosa del calcio brasiliano, forse anche per la vicinanza culturale dei due paesi, ma è più condizionato dalla tecnica europea. In Germania è un gioco più serio, tecnico e di forza. Ho imparato ad adattarmi a tutti i campionati in cui ho giocato, quindi sono sicuro che mi trovero a mio agio anche in Italia, dove le squadre giocano molto chiuse e c’è bisogno di creatività per arrivare al goal». 

Cosa ne pensi del campionato italiano? «Lo ammiro molto, è uno dei più importanti del mondo e lo seguo fin da quando vivevo in Brasile. Giocarci è la realizzazione di un sogno, lo stesso che hanno tanti ragazzini del mio paese che oggi seguono la mia carriera. Sono felice, motivato e non vedo l’ ora di andare in campo con la maglia della Juventus». 

Torniamo alla Germania, dove nel 2007 sei state nominato miglior giocatore dell’anno.«È stata una bella soddisfazione, come lo è stato vedere un mio goal premiato come il migliore della stagione. Tra l’altro quello è anche il mio goal preferito in assoluto, al momento, ovviamente! Si tratta di una rete segnata da 60 metri, non e proprio una cosa da tutti i giorni. Fu contro l’Alemannia Aachen». 

C’e qualche altro ricordo piacevole che ti lega al Werder?  «Moltissimi. Se rimaniamo in tema di goal, quello fatto al Bayern, nel primo confronto a cui ho partecipato. In questa caso lo ricordo soprattutto per l’importanza della partita. Poi i successi ottenuti ed il modo in cui mi hanno fatto diventare un idolo, anche per i bambini» 

Avevi un soprannome? «Quello che ricordo più volentieri è il primo, proprio appena arrivato: “Werderdona”, un mix tra Werder e Maradona! Poi mi piace ricordarne anche di più semplici, come “Super Diego” e “Diego Show”. Come vedete, non dimentico nulla, perche in Germania ho vissuto tre anni bellissimi, fondamentali anche per la mia carriera». 

Che effetto ti ha fatto sentirti paragonato a Maradona? «È sempre piacevole essere paragonato ad un giocatore che ha fatto cose straordinarie, anche se come paragone mi e sembrato un po’ inusuale, vista la rivalità non solo sportiva che esiste tra il mio paese e l’Argentina»

Dal clima del tuo paese alla Germania, passando per il Portogallo. Ti eri ambientato con facilita? «Sì, anche se l’inverno effettivamente è molto rigido ed ammetto che per un brasiliano non è facile. Io pensavo solo a giocare e mi sono trovato subito bene perché vivevo in un ottimo ambiente, dove sono sempre stato trattato bene e messo a mio agio. Sentivo l’affetto delle persone con cui lavoravo e con cui avevo a che fare». 

La famiglia era al tuo fianco? «Vivevo da solo, ma ho una famiglia molto numerosa, composta da mamma, papa, due sorelle ed un nipotino. Diciamo che ogni quindici giorni c’era sempre qualcuno con me, compresa la mia fidanzata».

A parte la consacrazione avvenuta in Germania, quando hai iniziato a diventare un idolo dei tifosi? «Nel Santos, perché ho iniziato a giocare in prima squadra a sedici anni ed a diciassette ho vinto il mio primo titolo e conquistato la maglia della Nazionale». 

Preferisci essere apprezzato per i tuoi goal per la capacità di creare gioco? «Per tutte e due! (sorride). Sono un centrocampista con caratteristiche offensive, mi piace orchestrare il gioco, attaccare e cercare la via del goal. Penso che una caratteristica dei giocatori brasiliani sia proprio giocare in modo creativo. Se a questa sommi una buona preparazione fisica e tattica, far goal e vincere hai raggiunto l’obiettivo». 

Parliamo della tua esperienza al Porto. «Il primo anno è andato tutto bene, abbiamo anche vinto la Coppa Intercontinentale. Poi ho avuto alcuni problemi con l’allenatore, per tre mesi ho giocato poco, e sono partito: destinazione Werder». 

E lì c’è stata la tua rinascita. «Non la chiamerei così, piuttosto una buona opportunità per tornare a dimostrare le mie qualità, nelle quali io stesso credevo e che anche il pubblico conosceva. Purtroppo, come capita a tanti giocatori, si può non essere apprezzati da qualcuno ed in questi casi è meglio cambiare». 

A proposito di buone opportunità, eccone una: la Juventus. «E che opportunità! Sono qui per vincere, sicuro che questa squadra, formata da giocatori di qualità, ha tutte le carte in regola per farlo. Noi punteremo a vincere, a “ganhar”, in tutte le competizioni».

 

Diego ….ultima modifica: 2010-09-17T16:59:55+02:00da juvenews
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