Giocatori storici: Roby Baggio

image004.jpgNato a Caldogno, in provincia di Vicenza, il 18 febbraio del 1967, Roberto Baggio inizia a tirare calci ad un pallone nella squadra del suo paese, per poi trasferirsi al Vicenza in Serie C1, a 15 anni; con la maglia biancorossa dimostra di essere un potenziale fuoriclasse, mettendo a segno, con la squadra “primavera” 46 goals in 48 partite. Queste ottime prestazioni gli permettono di debuttare in prima squadra nel 1983; nella stagione 1984-85 mette a segno 12 reti in 29 partite, consentendo così, alla squadra vicentina, di essere promossa in serie B.

In una delle ultime giornate di campionato, si rompe il ginocchio destro; la Fiorentina, che lo ha già acquistato, ha la possibilità di recedere dal contratto, ma il presidente viola, Piercesare Baretti, decide di credere nel suo recupero. Dopo due anni di calvario esordisce in serie A il 21 settembre 1986 e realizza il suo primo goal nella massima divisione il 10 maggio 1987, contro il Napoli di Maradona; la rete di Baggio è splendida, Roberto parte dalla propria metà campo, salta tutta la difesa partenopea, compreso il portiere Galli e deposita il pallone in rete.
Rimarrà in Toscana fino al 1990, quando si trasferisce alla Juventus, tra le furiose e violente proteste della tifoseria fiorentina, conscia di perdere un grande giocatore, già diventato un idolo.

Le grandi giocate di Baggio gli fanno guadagnare la convocazione dal C.T. della nazionale, Azeglio Vicini, e la partecipazione ai mondiali italiani del 1990. Sono le “notti magiche” di “Toto” Schillaci; Baggio non parte titolare, ma presto conquista il posto in squadra, rispondendo sempre con grandi prestazioni. Mette a segno un goal memorabile nella sfida contro la Cecoslovacchia ed un ulteriore goal nella finale per il terzo posto contro l’Inghilterra.
Terminati i mondiali, Baggio inizia la sua avventura nella Juventus che durerà cinque anni: saranno 200 presente e 115 reti. Sono gli anni della consacrazione del “Codino”, che vincerà coi colori bianconeri uno scudetto, una Coppa Italia ed una Coppa Uefa. Verrà inoltre premiato con il “Pallone d’oro” nel 1993 e col premio “FIFA World Player” nel 1994. Nonostante tutti questi successi, non riesce ad entrare nel cuore dei dirigenti bianconeri (celebre è rimasto l’appellativo di “coniglio bagnato”, coniato dall’Avvocato) e nemmeno in quello dei tifosi, che non gli hanno mai perdonato il gesto di togliersi la sciarpa bianconera alla sua presentazione alla stampa e, soprattutto, quando, il 6 aprile 1991, ritorna per la prima volta a Firenze con la maglia della Juventus. Baggio gioca male e si rifiuta di tirare il rigore che potrebbe dare il pareggio alla squadra bianconera; sostituito dopo un’ora, uscendo dal campo raccoglie una sciarpa viola lanciata da una ragazza dei distinti. Il boato di gioia della gente di Firenze è pari soltanto all’uragano di fischi dei tifosi bianconeri.
Nell’estate del 1994 è convocato per i mondiali negli Stai Uniti. Baggio è considerato da molti il calciatore che può far sognare l’Italia, ma l’inizio è stentato: gli azzurri passano a fatica la prima fase, ripescati tra le migliori terze dei gironi di qualificazione, ed il rapporto tra Baggio ed il C.T. Arrigo Sacchi non sembra essere dei migliori, a causa del gesto di disappunto del “Codino” dopo la sostituzione nei primi minuti del match contro la Norvegia, in seguito all’espulsione del portiere Gianluca Pagliuca. Le immagini televisive sono chiarissime: «questo è matto, questo è matto !!!», continua a ripetere Roberto, quando esce dal campo.
Gli ottavi di finale vedono l’Italia opposta alla Nigeria: gli azzurri, sotto di un goal e con un uomo in meno a causa dell’espulsione di Zola, pareggiano al 88° proprio grazie ad una prodezza di Baggio; nei tempi supplementari, è ancora Baggio, al 102°, stavolta su rigore, a mettere il suggello alla partita. Roberto continua a segnare anche nei turni successivi, contro la Spagna nei quarti di finale e contro la Bulgaria (2 goals) in semifinale. Ma proprio contro i bulgari si infortuna; dovrebbe riposarsi, ma come si può rinunciare alla finalissima contro il Brasile ??? Si gioca all’una di pomeriggio a Pasadena, sobborgo di Los Angeles, con un caldo torrido; i rigori daranno la vittoria ai sudamericani per 3 a 2, con ultimo rigore sbagliato proprio da Baggio che tira alto sopra la traversa, dopo gli errori di capitan Baresi e di Massaro.
Baggio, che fatica sempre più a trovar posto nella Juventus decisa a puntare sull’astro nascente Del Piero, si trasferisce nell’estate del 1995 al Milan, guidato da Fabio Capello, rimanendovi per due anni; nonostante le vittorie della squadra milanese, Baggio non trova spazio diventando una riserva di lusso. Chiaramente, non viene convocato per gli Europei inglesi del 1996; la maglia numero dieci della Nazionale è indossata da Zola e proprio il giocatore sardo fallisce il rigore decisivo contro la Germania e gli azzurri vengono eliminati al primo turno. Arrigo Sacchi viene esonerato e ritorna sulla panchina del Milan, convincendo Roberto ad abbandonare la squadra rossonera, l’estate successiva.
Baggio decide di ripartire dal Bologna: sarà la stagione del rilancio e del record personale di marcature, ben 22 reti segnate in 30 partite. Il C.T. della nazionale Cesare Maldini è “costretto”, a furor di popolo, a convocarlo per il mondiale del 1998 in Francia.
La decisione di Maldini non si rivelerà felice ed il mondiale francese vivrà tutto sul “dualismo” tra Baggio e Del Piero, minando gli equilibri interni della squadra. Baggio segnerà due reti, diventando così l’unico giocatore italiano ad aver segnato in tre mondiali diversi. L’eliminazione arriva ai quarti di finale, per mano della Francia, futura campione del mondo, ancora ai calci di rigore ma, questa volta, Baggio realizza il suo tiro dagli undici metri.
Quella stessa estate si trasferisce nuovamente ed approda all’Inter, guidata per quella stagione da Gigi Simoni. È una delle stagioni più controverse della squadra meneghina, con numerosi cambi d’allenatore (Simoni, Lucescu, Hodgson ed infine Castellini) che impediscono a Baggio di esprimersi al meglio. Nella seconda stagione arriva Marcello Lippi, ma anche con l’allenatore toscano i rapporti non sono buoni, tanto che, al termine dei due anni di contratto, Baggio si congeda dall’Inter, con una doppietta nello spareggio contro il Parma, che regala ai nerazzurri l’ammissione alla Champions League.
Baggio decide di ritornare ad una squadra provinciale, trasferendosi al Brescia, sotto la guida di Carlo Mazzone, con l’obiettivo dichiarato di partecipare ai mondiali del 2002. Obiettivo mancato, anche a causa di un brutto infortunio al ginocchio sinistro che a più riprese ne condiziona la stagione decisiva, dissuadendo il C.T. della Nazionale Italiana, Giovanni Trapattoni, dal convocarlo.
Il 14 marzo 2004, durante il match contro il Parma, Roberto Baggio mette a segno il suo duecentesimo goal in serie A, traguardo raggiunto solo da quattro altri “mostri sacri” del campionato italiano: Silvio Piola, Gunnar Nordhal, Giuseppe Meazza e José Altafini.
Qualità tecniche superlative, nessuno può metterlo in dubbio, da fuoriclasse assoluto ma che, onestamente, non lo è stato per limiti fisici e caratteriali. La vittoria al Mondiale americano gli avrebbe insegnato a vincere, invece, quel rigore sbagliato lo consacrò definitivamente come “coniglio bagnato”. L’infortunio dell’anno dopo, che gli fa saltare praticamente tutto il girone d’andata, e l’esplosione di Del Piero, lo relegano di nuovo al ruolo di ciliegina sulla torta, come accadrà in seguito al Milan.
Il palmares è troppo esiguo per includerlo nell’Olimpo ed, a ben vedere, in nessuno dei due scudetti fu veramente decisivo, anche se non solo per colpa sua. Pochi, infatti, ricordano che, per lunghi anni, è stato l’oggetto delle polemiche di chi lo considerava un raccomandato, sull’altare del quale veniva sacrificato Zola. Poi, piano piano, è diventato l’idolo del circo televisivo, per assurgere a vittima di Del Piero; la bellezza del nostro sistema giornalistico.
Con la Juventus, oggettivamente, ha fatto il massimo; aveva contro un Milan inavvicinabile e, quel poco che ha vinto (tranne lo scudetto), lo ha fatto da protagonista quasi assoluto (la Coppa Uefa la vinse da solo, finale a parte).
Unico lo è stato sicuramente per la capacità di dividere l’opinione pubblica. Gli ultimi anni era diventato insopportabile per l’aura di santità che circondava qualsiasi cosa dicesse o facesse. A suo favore, il fatto che lasciato il calcio sia sparito, senza lucrare sulla sua popolarità immensa. Davvero un personaggio controverso che, però, ci ha lasciato almeno una trentina di goals indimenticabili.
Roberto Baggio disputa l’ultima partita della sua lunga carriera il 16 maggio 2004 (Milan-Brescia 4 a 2, ultima giornata della stagione), non prima tuttavia di essere convocato, il 28 aprile 2004, per un’ultima volta in Nazionale, in occasione di una partita amichevole contro la Spagna. Al termine della stagione, in suo onore, il Brescia (che con lui in cabina di regia si salva per quattro anni di seguito) ritira la maglia numero 10 da lui indossata per cinque stagioni.

Il racconto di Adalberto Scemma, su “Hurrà Juventus” del febbraio 1994:
«Macché signor Baggio !!! Chiamatemi Roberto. Non fatemi sentire il peso di un premio che ho vinto per merito mio, ma anche di altri. Perché io sono sempre io, Baggio è rimasto Baggio. E rimarrà così».
Eccolo qui, parola per parola, il primo commento di “Roby” all’esito della votazione di “France Football”. Un inno all’umiltà persino eccessivo, in un giocatore che proprio la conquista del “Pallone d’oro” ha consegnato, non soltanto alla storia, ma addirittura alla leggenda del calcio.
Roberto Baggio non ha perso una virgola della semplicità di un tempo, quella semplicità che è diventata (anche sul piano delle connotazioni calcistiche) un’arma supplementare.
«Ma sono proprio le cose semplici», puntualizza lui, «che ti permettono di divertirti. Da professionista capisci che il divertimento c’è salo quando vinci. L’ultima volta che mi sono divertito è stato la scorsa estate, giocando sulla spiaggia».
Può darsi, ipotizza qualcuno, che l’immagine di calciatore un po’ fuori dalle righe (il codino, l’adesione al buddismo e così via) lo abbia aiutato ad imporsi. Proprio vero ??? Roberto fila in dribbling saltando i “se” ed i “ma” come birilli.
«Quando a vincere erano gli altri mi limitavo a pensare: beati loro. Oggi non lo so proprio. Qualcosa di importante l’ho fatto, se in tanti mi hanno scelto deve esserci una buona ragione. Eppoi un premio non è mai l’espressione di un giudizio definitivo su un calciatore: sono i risultati che decidono. Se fossi arrivato secondo in Coppa Uefa, se non avessi realizzato cinque goals tra le semifinali e le finali, non parleremmo di queste cose».
L’immagine, insomma, conta ben poco. Roberto Baggio ha il pregio di essere se stesso anche e soprattutto quando porta avanti scelte non tradizionali. I dettami di casa Juve impongono un certo stile di vita ed il rispetto di regole non codificate, e tuttavia quasi mai disattese, anche a proposito del look. L’invito di Boniperti a passare dal barbiere, in passato, veniva accolto alla stregua di un ordine. Di qui quel minimo di difficoltà (soprattutto psicologiche) che Roberto ha già dovuto superare per imporre anche all’interno dell’ambiente juventino la propria personalità. Ma il codino, più che un vezzo narcisistico, è diventato un emblema. Di serenità, però, non di trasgressione.
Che cosa rappresenta, per Roberto Baggio, la conquista del “Pallone d’Oro” ??? Ogni medaglia ha sempre due facce:
«Da un lato il “Pallone” è un meraviglioso compagno di viaggio e di avventura; dall’altro, rappresenta un peso, anche se questa mia valutazione può apparire scontata. Le responsabilità sono aumentate. Ora la gente si aspetta che io giochi sempre al massimo e che dia spettacolo. Il “sempre”, però, non è possibile. Paura ??? No di certo. A farmi compagnia c’è sempre il gusto della sfida, la voglia di dimostrare a tutti, anche a me stesso, che sono all’altezza».
Proprio il gusto della sfida, non a caso, ha scandito la prima fase della carriera di Baggio, quando l’infortunio al ginocchio, con la lunghissima assenza dai campi di gioco, aveva lasciato presumere addirittura un addio al calcio. Per riemergere, Roberto si era affidato ad un grande professionista come il professore Carlo Vittori, il maestro di Pietro Mennea, nella fase di rieducazione; eppoi a sé stesso, alla propria straordinaria motivazione.
«In effetti sono uscito da un vero e proprio labirinto di dubbi, di confusione, di perplessità. Allenarsi per due anni da solo è un’esperienza terribile: una volta superato quel trauma, nulla fa più paura. Nei momenti di sconforto mi ha aiutato questa straordinaria voglia di riprovarci, a costo di qualsiasi sacrificio».
È proprio di fronte alle difficoltà che si rafforza il carattere. Roberto è uscito temperato dai sacrifici che ha dovuto affrontare, al punto da affinare anche il proprio bagaglio di calciatore non votato soltanto alla purezza del gesto tecnico.
«Molti dicono che cerco maggiormente il contrasto, che lotto con più determinazione rispetto al passato. Forse è soltanto perché mi sento padrone della situazione e rischio cose che una volta neppure mi venivano in mente. Faccio un esempio: mi capita spesso di entrare in scivolata per guadagnare quella frazione di secondo che può essere determinante. Eppure proprio in una situazione di gioco analoga riuscii, da ragazzo, a farmi a pezzi il ginocchio».
Qual è stato il momento più difficile, fatta eccezione per gli anni giovanili, della carriera Baggio ??? C’è stato un momento, due anni fa, in cui tutto sembrava girare dalla parte sbagliata.
«Stavo male e durante la settimana non mi allenavo, ma alla domenica ero costretto ad andare in campo, conciato in quel modo. Alla fine del girone d’andata avevo collezionato due goals soltanto, entrambi su rigore. Quando ci penso ho l’impressione di aver vissuto un incubo. Uscii dal tunnel soltanto grazie al goal segnato in azione contro Malta. Senza quel guizzo, probabilmente non sarei qui a parlare, oggi, del “Pallone d’Oro”».
Nelle dichiarazioni di Roberto Raggio, prima e dopo il riconoscimento di “France Football”, c’è una costante che innesca la curiosità di approfondire. Ci riferiamo al significato del goal, capace spesso di assumere un’importanza determinante.
«I goals sono la chiave del successo, e senza successo nel calcio non sei nessuno. Ci sono giocatori bravissimi, serissimi, fondamentali per l’economia delle loro squadre, che trovano posto, una volta finita la carriera, soltanto in qualche ricordo sbiadito. La gente ti ricorda soprattutto per le reti che hai messo a segno, non per quelle che hai impedito di realizzare, e neppure gli assist, magari stupendi, che sei riuscito a inventare. Io cerco il goal come un fatto naturale. E continuo a pensare che i miei goals in Coppa siano alla base del successo».
Sul nome di Roberto Baggio vincitore del “Pallone d’Oro” sembravano d’accordo i critici sin dall’autunno scorso, quando proprio da Parigi cominciavano ad arrivare le prime indiscrezioni sull’esito del referendum. E tuttavia Roberto aveva palesato le proprie perplessità. Questione, ovviamente, di scaramanzia.
«Anche quando tutti sparavano titoli a nove colonne, io pensavo: “Roby”, attento, è in arrivo una fregatura. Spesso mi è tornata in mente la notte della finale-bis contro il Borussia Dortmund: pioveva a dirotto, ricordate ??? Beh, anche in quella circostanza ho temuto che saltasse tutto. C’era una vocina dentro me che non stava mai zitta: per una volta che ti capita di vincere rinviano la partita. Le foto con il “Pallone d’Oro” le ho fatte con la speranza che il grande sogno si avverasse. Si è avverato, grazie al cielo».
Da un lato la speranza di vedere finalmente riconosciuta una leadership indiscussa a livello europeo; dall’altro la possibilità che la bilancia dei voti si mettesse improvvisamente a pendere dalla parte di altre tre eccellenti “B” del calcio: Baresi, Bergkamp e Bokšic. Quale sarebbe stata la reazione di Roberto Baggio ???
«Al massimo mi sarebbe scappato un “beati loro” del tutto sincero. Non ho mai provato invidia nei confronti di nessuno. Eppoi il meccanismo del “Pallone d’Oro” è davvero tutto particolare. Quest’anno ho ricevuto 142 voti, lo scorso anno neppure uno: sono proprio questi eccessi, nel bene o nel male, a farmi accettare con estrema serenità ciò che la vita mi riserva giorno dopo giorno. L’invidia, naturalmente, non la conosco».
Senza le prodezze realizzate in azzurro durante le qualificazioni per i Mondiali americani (incontri di Coppa Uefa a parte), difficilmente Baggio sarebbe arrivato a conquistare il «Pallone d’Oro». Anche per questo la riconoscenza nei confronti di Arrigo Sacchi, che gli ha manifestato fiducia in un momento particolarmente delicato della carriera, è esplicita.
«Sacchi mi è stato vicino in un periodo nero. Per tre mesi ho giocato con uno stiramento. Non mi riconoscevo più. Poi a Foggia, contro Cipro, c’è stata la partita della svolta. Lì sono uscito dal tunnel».
Undici anni fa il “Pallone d’Oro” di Paolo Rossi, ora quello di Roberto Baggio. Due fuoriclasse accomunati, oltre che dal colore bianconero, anche dal biancorosso della maglia vicentina. Una scuola calcistica che porta buono sia quando si tratta, come nel caso di Baggio, di insegnare i primi rudimenti, sia quando (ecco il caso di “Pablito”) si presenta la necessità di un “riciclaggio”. E proprio la storia del Vicenza è del resto infittita di personaggi capaci di vivere qui una seconda od addirittura una terza giovinezza: basterebbe citare Sormani, oltre al leggendario Vinicio.
«A Vicenza», ride Baggio, «hanno brevettato una specialità: quella di gonfiare i “Palloni d’Oro”. Guai a chi ha il coraggio, comunque, di parlare di me e di Paolo Rossi paragonandoci a due palloni gonfiati !!!»
La milizia nel Vicenza, con il debutto in Serie C a 16 anni appena compiuti, ha permesso a Roberto, che giocava allora senza avvertire il peso delle responsabilità, di esprimersi in punta di fantasia. La stessa fantasia, peraltro, che Roberto ha avuto come compagna nella Fiorentina, durante cinque scoppiettanti stagioni, e che qualcuno sostiene abbia in parte smarrito dopo il passaggio alla Juventus. Ha ragione Sivori, dunque, quando critica la decisione di “France Football” di assegnare a Baggio il massimo riconoscimento ???
«A Sivori non rispondo, ma devo ammettere che in parte ha ragione. È vero: quando giocavo nella Fiorentina mi esprimevo con maggiore fantasia, ma va tenuto conto che a Firenze potevo permettermi tutto o quasi tutto, la pressione non era massiccia come a Torino. Nella Juventus ogni partita è decisiva, bisogna giocarla con grande raziocinio. La creatività da sola non basta».
Il giudizio maligno di Omar Sivori è stato accolto da Baggio con molta serenità. La giornata di lunedì 27 dicembre, tuttavia, è stata ricca soprattutto di elogi. A chiamare Roberto (la sua casa di Caldogno è stata tempestata di telefonate) hanno provveduto amici, conoscenti ed anche semplici tifosi, entusiasti per l’assegnazione di un premio così prestigioso.
Tra le tante chiamate («Tutte gratificanti, non è vero che si tratta di un copione banale»), Roberto ha gradito in particolare quella tradizionalmente mattutina dell’avvocato Agnelli:
«Non ci siamo detti nulla di particolare e soprattutto non ci sono stati confronti con Platini. Si è trattato di un dialogo tra due appassionati di calcio. Felici, naturalmente».
Da quando Andreina e Roberto (in attesa del secondogenito) hanno trasferito la base familiare nella villetta di Caldogno appena restaurata, le visite ai parenti ed ai vecchi amici si sono natural-mente infittite. In paese non c’è proprio bisogno di dire “chiamatemi Roberto”. Quel nome è familiare, quasi che il “Baggio” fosse un’inutile appendice. C’è il senso delle radici più profonde ma anche, e soprattutto, di una naturalezza nei rapporti umani che Roberto si è poi ritrovato in dote anche nel momento più alto, e più difficile, della carriera.
«Sono contenta per lui», ha detto Andreina, «perché il “Pallone d’Oro” ha dato un senso a tanti sacrifici. Ma la cosa che maggiormente ho apprezzato è stata la serenità che Roberto è riuscito a trasmettere un po’ a tutti. E rimasto, insomma, con i piedi per terra. Come era giusto che fosse».
Anche il papà e la mamma di Roberto hanno gioito, ma senza esagerare. A Caldogno è di casa il realismo.
«Gioie e dolori», questo è il commento, «vanno vissute in punta di piedi».
Ed è un modo molto veneto di “filosofar di vita”.
«In paese», dice mamma Matilde, «ricordano Roberto proprio perché aveva sempre il pallone tra i piedi. Correva come un matto. Il calcio per lui è sempre stato come una malattia. Sarebbe stato disposto a sacrificare qualsiasi cosa. Seguiva suo fratello Walter, quando andava al campo ad allenarsi, e non lo mollava più. Il premio che ha vinto ha fatto piacere a tutti anche perché tutti, credo, hanno partecipato, tanti anni fa, alla formazione di quello che oggi viene considerato un campione».
Diego Ceola, uno degli amici più cari di Roberto, ha vissuto con lui, sui banchi di scuola e sui campi di calcio, tutta l’infanzia e l’adolescenza.
«L’unico rammarico», dice, «è che la gloria sportiva ha privato Roberto di tutte le gioie che vivono i ragazzi normali. A 15 anni era già famoso, non ha più potuto evitare i riflettori. Per questo avrei preferito che il “Pallone d’Oro” fosse andato a Maldini. La difficoltà per Roberto, oggi come oggi, è quella di inventarsi nuovi stimoli».
Sotto questo profilo, invece, ha ben pochi dubbi Giulio Savoini, il responsabile del settore giovanile del Vicenza, una leggenda del calcio biancorosso dopo essere stato per numerose stagioni protagonista sia in attacco che in difesa, come terzino fluidificante.
«Il segreto di Roberto è soprattutto quello di amare il calcio. Una volta finiti gli allenamenti, invece di prendere la corriera e di tornare a casa, rimaneva sul campo a guardare i più grandi. Era sempre l’ultimo ad andare via. Ha una passione straordinaria».

Così lo racconta da Vladimiro Caminiti, nel 1991:
«La vita è alimentata anche da pregiudizi, che guastano la natura degli uomini. In Italia a qualsiasi livello di occupazione e di ruolo, essi si materializzano in etichette, il calcio non può fare eccezione, pochi campioni sfuggono a catalogazioni preconcette. Che si diceva di Roberto Baggio di Caldogno in quel di Vicenza, prima che si trasferisse definitivamente a Torino ??? Si diceva per l’appunto che era il classico mezzo fuoriclasse, il giocatore virtuoso del pezzo d’autore, “breviter” il campione degli scampoli. Detto più crudamente: la ciliegina sulla torta. Ci vuole la squadra, poi c’è lui. Io penso che questa etichetta ha rappresentato tutto il Baggio fiorentino, delizia impareggiabile di quei tifosi. I cinque anni viola non ne mutarono il destino. Baggio non vinse nulla, ma fece scrivere di tutto. Ed incantò puntualmente la Juventus, e l’Avvocato, nei confronti diretti. Salvo lui per primo negare anche la più remota possibilità a potersi trasferire un giorno nella società bianconera.
Non dire mai nel calcio che cosa è impossibile. Niente è vietato alla Juventus. Nell’estate 1990, il trasferimento choc fu realtà. La Juventus andò in campionato a miracol mostrare col suo fiore all’occhiello. I ricordi sono nitidi, la stagione non fu esemplare, anche per il giocatore. Nel campionato di Maifredi bianconero, la Juventus finì ingloriosamente settima, furono sorbole, furono polemiche, furono lacrime amare. E Baggio ??? Non aveva colpe specifiche, aveva come sempre fatto il dover suo, 14 goals alla pari con quel certo centravanti tutto istinto di Klinsmann, la dicono lunga.
Poi il recupero delle entità irrinunciabili, il ritorno di Boniperti e Trapattoni, e per Baggio l’inizio di una nuova storia. Anzi l’inizio della storia, la Juventus della normalità seconda in campionato cioè di nuovo degna della sua tradizione, superata soltanto dal Milan delle sinergie televisive, e Baggio rapace nel goal (ben diciotto) e soprattutto in grado di smentire certe affermazioni gratuite e per niente simpatiche: altro che ciliegina sulla torta !!! Questo si deve scrivere, dopo avergli visto giocare alcune inobliabili partite per la “Signora” con un impegno smeraldino, non più solamente il rifinitore impeccabile, il finalizzatore strabiliante, anche il giocatore al servizio degli schemi, rapace nel goal ma anche capace di una spola virtuosa, l’uomo chiave della manovra, il punto di riferimento.
Baggio è cresciuto con la Juventus, e Trapattoni detto “Trap” ha avuto ben ragione di esultare. Rivedo la sua magica prestazione del “Meazza” contro l’Inter, sublimata da un goal d’autore che ha consentito ai soliti di vestire le piume del pavone. l’avevano detto o no che soltanto Meazza si poteva comparare all’asso di Caldogno ???
Baggio si inserisce tra i più grandi della storia juventina col diritto della classe. Vi sono campioni che superano le mode. che valicano gli oceani. che caratterizzano un’epoca ed al contempo sono la naturale e perenne espressione di un gioco, di uno sport, di un’arte.
È il caso di Baggio. La sua finezza interpretativa, il tocco davvero araldico sui calci piazzati che lo accosta a Maradona, il suo dribbling di possesso irresistibile e la sua capacità di goleare da vicino e da lontano con inflessibile lucidità e freddezza, lo pongono allo stesso livello degli assi più straordinari di ogni tempo.
C’era da affezionarsi alla maglia bianconera, bisognava che la magia del gioco di Baggio creasse nuovi incantesimi. La cosa è puntualmente avvenuta. Ora Baggio si collega a Vialli perché la favola prosegua verso nuovi irrinunciabili traguardi. Un asso irripetibile adorna il diadema di nostra signora di Torino, che è la signora di tutti gli sportivi italiani dai cinque ai novanta anni, la squadra che coi suoi assi, da Giacone a Peruzzi, da Goccione a Kohler, da Hirzer a Baggio, unisce gli italiani dal mare alle Alpi».

 

Giocatori storici: Roby Baggioultima modifica: 2010-10-14T10:09:00+02:00da juvenews
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